In Buriazia sciamani si nasce, e con il tempo si impara a diventarlo.
La prima volta che sentii parlare di sciamani buriati – da un amico ricercatore e studioso della vita di Gengis Khan che da anni viaggia in Mongolia – provai un’insolita attrazione, quasi una familiarità. La Repubblica della Buriazia si trova nella Siberia meridionale, ai confini con la Mongolia; è una terra dal clima molto rigido, le cui condizioni ambientali mettono a dura prova la vita degli abitanti. E come sempre accade nei luoghi in cui la sopravvivenza dell’uomo è strettamente collegata alla benevolenza di Madre Natura, esiste una stretta alleanza tra l’uomo e gli elementi naturali, il cui rispetto è sacro e costantemente nutrito da rituali di purificazione, preghiera e guarigione.

sciamani buriati
La Repubblica della Buriazia appartiene alla Federazione Russa e conta meno di un milione di abitanti: sono per circa la metà buriati, di origine mongola.

Questa connessione tra l’essenza spirituale dell’essere umano e le presenze divine che popolano gli alberi, le acque, il vento e la selvaggia natura buriata, è la prima autentica forma di religione sopravvissuta a millenni di devastazioni, carestie, invasioni e guerre: è lo sciamanesimo. Nonostante questo termine continui, anche in tempi moderni, a evocare nell’immaginario collettivo un collegamento con la stregoneria e la magia, si tratta in realtà di una cultura assai “pratica”, basata su antiche conoscenze tramandate nel corso dei secoli da fedeli guardiani designati dagli dèi a custodirne il “culto”.
Lo sciamano, guardiano ma al tempo stesso sacerdote, messaggero, intermediario, guaritore, accede al suo ruolo per lignaggio. Solo in alcune famiglie “prescelte” dal Divino nascono bambini sciamani, che fin dalla tenera età vengono messi alla prova dagli spiriti con malattie anche molto gravi. È frequente infatti riconoscere in loro la “chiamata degli dèi” nel manifestarsi di convulsioni, febbri altissime, visioni terrificanti che la cultura occidentale tradurrebbe probabilmente in attacchi di panico, ma che per i Buriati è “il segno” che la chiamata alla missione è giunta: prendere o lasciare. Se la si accetta in tutte le sue forme, nel bene e nel male, lo sciamano è destinato a conservare la “catena” familiare con le entità ancestrali, per adempiere al suo ruolo di guaritore del corpo e dell’anima, ed essere l’invocatore degli dèi del suo villaggio. Se la paura vince sul coraggio e si rifiuta la chiamata, il tormento è senza fine e la morte sopraggiunge velocemente.

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Giovane sciamana della Buriazia (foto Terry Bianchi).

Ma l’accettazione non è che l’inizio; lo sciamano vive una vita a più livelli: quello prettamente terreno che lo vede impegnato nelle attività di tutti i giorni, e quello della connessione con i mondi intermedi, con gli inferi, con i defunti attraverso l’estasi e il dominio dei vari stati di coscienza alterata.
Gli strumenti rituali dello sciamano buriato sono molti, e particolarmente affascinanti. Alcuni sono tramandati di padre in figlio, altri costruiti dallo stesso sciamano, ispirato da oggetti di “potere naturale” necessari a spaventare gli spiriti maligni e a facilitare lo stato di trance.
Ma se per millenni questa etnia a me particolarmente cara ha potuto esprimersi in tutta la sua potenza e purezza, negli anni della dominazione sovietica subì una feroce persecuzione. Il comunismo non ne riconosceva l’identità religiosa e ne proibiva il culto. Il terrore alimentava le coscienze e spegneva ogni iniziativa, ma la “conoscenza” continuava a scorrere nelle vene come un’eredità incancellabile. Si istituì una sorta di “resistenza”: gli sciamani si incontravano in segreto, di notte, nelle stalle, al buio, per ritrovarsi insieme nel sottile confine dei mondi, compiere il volere degli spiriti e mantenere le loro tradizioni. Grazie a tale resilienza, l’immenso valore culturale di questa etnia superò le avversità e venne consegnato intatto alle nuove generazioni.

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La sciamana dopo la vestizione (foto Terry Bianchi).

Quando qualche anno fa, durante un viaggio in Mongolia del nord da me fortemente desiderato, mi ritrovai di fronte a una giovane donna, dall’aspetto mite ed elegante, nonostante il tentativo di liberarmi dai preconcetti della cultura occidentale, faticai a riconoscere in lei la sciamana buriata che cercavo da tempo.
Seduta sui caldi tappeti della gher, 1) la cerimonia della vestizione mi incantò: l’abito azzurro damascato appesantito da campanelli e specchi in metallo e argento, addobbato con zampe di lupo e piume di rapaci, il copricapo importante, la maschera di sottili trecce nere sul viso. L’esile e giovane donna si trasformò in un guerriero senza età e senza tempo; vennero bruciate erbe aromatiche per cacciare gli spiriti malvagi, si sparse vodka e latte di yak per ingraziare le divinità. Il suono del tamburo, amico potente e fedele che conduce lo sciamano nel “viaggio” e soprattutto lo riporta nel mondo dei viventi, si accordò al battito del cuore, e finalmente lo spirito guida si impossessò della donna.
Con gesto deciso mi fece cenno di avvicinarmi: le sue mani erano diventate gelide e rugose, il suo alito carico di fumo di tabacco. Con voce rauca mi apostrofò in mongolo antico, e l’assistente tradusse così: “Finalmente sei venuta da me, noi ci conosciamo da molto tempo”. Scoppiai in lacrime, l’emozione mi tolse il respiro.
Furono tre ore intense e indimenticabili, mi parlò di mio padre, della mia infanzia, delle mie paure, e mi consegnò uno specchio in metallo e un compito intimo che promisi di assolvere fino alla fine dei miei giorni.
Quando mi abbracciò come si abbraccia una nipote, capii che sarei ritornata.

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Una tipica gher.

 

N O T E

1) La gher è la casa circolare, “smontabile”, delle popolazioni nomadi mongole.