Infanzia infernale: storie di madri e di figlie musulmane

Un resoconto agghiacciante di donne che hanno sofferto veramente, a uso di neofemministe, sardine, terzomondisti. filoislamici e altri viziati occidentali.

L’ex musulmana Yasmine Mohammed, cittadina canadese di origini egiziane e palestinesi, ha appena pubblicato un memoriale drammatico e straziante, Unveiled: How Western Liberals Empower Radical Islam, cioè come i progressisti occidentali danno potere all’islam radicale. Nel libro, Yasmine descrive un’infanzia di orrori, quando da ragazza “ti viene insegnato a vergognarti di tutto ciò che fai, di tutto ciò che sei”.
Botte, strangolamenti, ceffoni, capelli strappati, minacce di morte, schiavitù domestica, tutte cose all’ordine del giorno, così come il linguaggio violento soprattutto da parte della madre: “Ti ho pisciato fuori”, diceva. “Sei la mia urina… Sei un escremento che avrei dovuto mandar giù nel cesso… Non sei niente”.
L’infanzia di Yasmine Mohammed si legge come una pagina tratta dal mio Donna contro donna. Rivalità, invidia e cattiveria nel mondo femminile, un libro che le principali leader femministe in Occidente mi raccomandavano di non pubblicare per timore che “gli uomini lo usino contro di noi”.
Ma Yasmine la sa lunga: “Piuttosto spesso, purtroppo, nelle società misogine le madri sono spietate con le loro figlie. Esercitare potere su di loro è l’unico dominio che si possano permettere”.
A Yasmine viene insegnato a inchinarsi a sua madre ogni mattina, a baciarle letteralmente i piedi. Viene privata del sonno, costretta ad alzarsi prima dell’alba per mandare a memoria il Corano. La madre di Yasmine ignora il fatto che suo marito (il patrigno di Yasmine) stia “molestando” Yasmine e accetta allegramente che sua figlia venga pestata, appesa a testa in giù a un uncino “come un animale morto” in modo da poterle frustare la pianta dei piedi. Yasmine ha affrontato il dolore inflitto dalle punizioni sfuggendo dal suo corpo, “dissociandosi”, come si usa dire in psichiatria.
Al pari di altre vittime di torture e prigionieri di guerra, un abuso infantile estremo come questo porta al disturbo post-traumatico da stress. Raramente individuato o affrontato con comprensione quando il malato è una donna.
Alla fine, la madre di Yasmine la obbliga al matrimonio combinato con un uomo – che la madre stessa desidera e tenta incessantemente di sedurre – il quale si rivela un agente di al-Qaida che la violenta e la picchia. L’individuo tenta la fuga, ma alla fine viene imprigionato in Egitto come jihadista.
Se non avessi letto almeno altre cinquanta memorie pubblicate principalmente da donne musulmane ed ex musulmane – o anche sull’infanzia tribale in ambienti sikh e indù – che descrivono tutte quante esperienze analoghe, probabilmente considererei la storia di Yasmine un episodio isolato. Invece è il classico racconto horror di chi cresce in una famiglia tribale, intrappolata con una madre il cui unico potere consiste nel tormentare, spezzare, controllare e distruggere le proprie figlie.
Esempi analoghi di abuso sui bambini elevato a norma sono Infedele di Ayaan Hirsi Ali; Veiled Atrocities di Sami Alrabaa; Wings di Sunny Angel; Shamed di Sarbit Kaur Athwal; Unworthy Creature di Aruna Papp; Shame di Jasvinder Sanghera; The Girl with Three Legs di Soraya Miré e Bruciata viva di Suad.

madri e figlie musulmane

Yasmine Mohammed.

In The Girl with Three Legs: A Memoir, Soraya Miré, musulmana somalo-americana, racconta l’insistenza della madre per mutilarle i genitali e cosa accadde quando la “macellazione” finì male. I medici avrebbero voluto riaprirle la sutura, ma la madre rifiutò, condannando Miré a una vita di tormenti provocati da edema, infiammazione intorno alla cicatrice, infezione permanente del tratto urinario, ostruzione vaginale, coaguli di sangue e addome gonfio. La madre rifiutò l’intervento chirurgico: “Di’ a questi dottori che io rispetto le loro opinioni, ma loro devono mostrare rispetto per la nostra vita”.
La cicatrice che sigillava la vagina di Soraya era la prova della sua verginità.
Soraya fu poi data in isposa a un cugino di primo grado che si rivelò un sadico e tossicomane, e la torturò già dalla prima notte di nozze. Soraya si rivolse a sua madre in cerca di aiuto, cioè alla donna ai cui valori la stessa ragazza aveva aderito. Per anni Soraya fu la prima a rifiutarsi di riaprire la sutura, fino a quando finalmente si decise.
Molte vittime maltrattate, musulmane e non, spesso tornano dalle loro famiglie per chiedere aiuto. In Occidente, le donne maltrattate tendono a sposare uomini che le maltrattano. Le donne tribali invece sono costrette a matrimoni combinati in cui vengono abitualmente abusate. Troppe devono affrontare le violenze d’onore dei parenti se tralignano anche solo di poco.
Soraya inizia così ad aiutare altre donne africane mutilate genitalmente. Dopo aver ricevuto un “Winnie Mandela Award for the Upliftment of African Women” presso il John Jay College of Criminal Justice di New York, la giovane si precipita a chiamare…. sua madre! “La mamma mi ascoltò in silenzio, poi disse: ‘Puoi vincere tutti i premi che vuoi e diventare famosa, ma per me non sarai mai nulla.’”

madri e figlie musulmane
Come Soraya, indipendentemente dalla gravità degli abusi, sia Yasmine sia Sunny continuarono ad aggrapparsi alle loro madri, incapaci di rinunciare all’illusione di un rapporto affettivo. Tutte e tre ritornano ancora e ancora dalle madri, che continuano a manifestare solo odio per le loro figlie.
Le ragazze che hanno subìto questo genere di sopraffazione hanno anche un’identità che le definisce unicamente come figlia, sorella, cugina e moglie: avrebbero difficoltà a liberarsene, persino per salvarsi la vita. Non esistono psicologicamente come individui, ed è stato insegnato loro che non meritano davvero di vivere. È questo che mi ha spinto a studiare le variabili associate alle fughe riuscite dalla violenza d’onore.
Yasmine ha tentato di scappare quando era ancora una bambina, ma un giudice canadese politicamente corretto l’ha rimandata in una casa violenta nonostante l’evidenza di abusi fisici. “Il giudice ha stabilito che la punizione corporale non era contro la legge canadese”, scrive Yasmine, “e a causa della nostra ‘cultura’ a volte quelle punizioni possono essere più severe della famiglia canadese media”.
Yasmine si chiede: se fosse stata “bianca”, le autorità l’avrebbero presa in carico e sanzionato i genitori che credevano nella pratica della tortura infantile?
Yasmine non riesce a comprendere il motivo per cui le femministe occidentali abbiano rifiutato di stare al fianco di dissidenti femministe come lei. E, come ha scritto, le autorità occidentali “vedono soltanto il colore della pelle o l’etnia dei responsabili, non gli atti che commettono”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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