3500 palestinesi uccisi in Siria dal 2011… interessa per caso a qualcuno?

Filed in News, News ed eventi, siria by del 06/09/2016

La comunità internazionale sembra aver dimenticato che i palestinesi possono trovarsi ben al di là della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Questi “altri” palestinesi vivono in Paesi arabi come la Siria, la Giordania e il Libano e gli innumerevoli torti subiti da loro non interessano affatto alla comunità internazionale. Solo i palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza attirano l’attenzione. Per quale motivo? Perché sono proprio questi individui che la comunità internazionale usa come armi contro Israele.
Quasi 3500 palestinesi sono stati uccisi in Siria dal 2011. Ma poiché sono stati uccisi dagli arabi e non dagli israeliani, non fanno notizia per i media mainstream né interessano ai forum dediti alla difesa dei “diritti umani”. Questi dati sono stati diffusi la settimana scorsa dall’Action Group For Palestinians of Syria (AGPS), fondato a Londra nel 2012 con l’obiettivo di documentare la sofferenza dei palestinesi in Siria e redigere le liste delle vittime, dei prigionieri e delle persone scomparse per inserirle nei database dei forum per i diritti umani.
Eppure, queste organizzazioni per la difesa dei “diritti umani” non rivolgono particolare attenzione a tali risultati: sono troppo impegnate a occuparsi di Israele.
Concentrando esclusivamente la loro attenzione sui palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, costoro cercano continuamente la scusa per imputare a Israele la responsabilità delle violazioni, ignorando i crimini perpetrati dagli arabi contro i loro fratelli palestinesi. Questa ossessione per Israele, che talvolta rasenta il ridicolo, reca un grave danno alle vittime palestinesi dei crimini arabi.

palestinesi uccisi in siria - fuga-da-Yarmouk

Palestinesi fuggono dal campo profughi di Yarmouk, nei pressi di Damasco, dopo i duri combattimenti del settembre 2015.

Secondo i dati forniti dall’AGPS, sono 85 i palestinesi uccisi in Siria nel corso del 2011, primo anno della guerra civile. L’anno successivo il numero è salito a 776. Nel 2013 è stato registrato il più alto numero di vittime palestinesi: 1015. Nel 2014, i palestinesi uccisi in Siria sono stati 724 e l’anno seguente 502. Dall’inizio di quest’anno (e fino a luglio), circa 200 palestinesi hanno perso la vita in Siria.
Ma come hanno trovato la morte? Il gruppo afferma che hanno perso la vita sotto i bombardamenti, in scontri armati, sotto tortura in prigione e a causa dell’assedio condotto contro i loro campi profughi in Siria.
Eppure l’Autorità Palestinese a Ramallah non sembra preoccuparsi della gravità della situazione in cui si trova la sua popolazione in Siria. Tutto ciò che importa all’AP è accusare Israele di ogni cosa di cui essa stessa è direttamente responsabile. Per Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità Palestinese, e i suoi alti funzionari in Cisgiordania, i palestinesi che si trovano in Siria non contano. A tal proposito, è sbalorditivo il fatto che la leadership dell’AP stia cercando di migliorare le relazioni con il regime di Assad in Siria, il medesimo regime che uccide, imprigiona e tortura ogni giorno decine e decine di palestinesi.
La recente inaugurazione di una nuova ambasciata dell’Autorità a Damasco ha irritato molti palestinesi in Siria. “I dirigenti dell’AP hanno venduto i palestinesi in Siria e si sono riconciliati con il regime siriano”, ha rilevato uno di loro.
Un altro palestinese ha commentato: “Ora sappiamo perché alcune delegazioni dell’OLP si sono recate in Siria di recente. Hanno cercato di riallacciare i rapporti con il regime, non per garantire la sicurezza dei nostri campi profughi né per chiedere il rilascio dei palestinesi detenuti nelle prigioni siriane”.
Altri hanno accusato la leadership dell’AP di “sacrificare il sangue dei palestinesi”. L’apertura di una nuova ambasciata a Damasco sarebbe stata, secondo loro, una ricompensa offerta all’Autorità per essersi disinteressata delle sorti dei palestinesi della Siria. I palestinesi si lamentano del fatto che i diplomatici e altri rappresentanti dell’AP, a Damasco, abbiano ignorato tutti gli appelli di aiuto lanciati in passato.
I media internazionali non fanno altro che pubblicare articoli sulla “crisi idrica” nelle città e nei villaggi palestinesi, soprattutto in Cisgiordania. Questo è un tema che viene riproposto quasi ogni estate, quando qualche giornalista straniero è in cerca di notizie negative su Israele. E non c’è nulla di più piacevole che ritenere Israele responsabile della “crisi idrica” in Cisgiordania.
Ma quanti giornalisti occidentali si sono preoccupati di informarsi sulla carenza d’acqua che affligge i palestinesi del campo profughi di Yarmouk, in Siria? Qualcuno sa che questo campo è rimasto senza acqua corrente per più di 720 giorni ed è senza elettricità da tre anni?
Yarmouk, collocato a soli otto chilometri dal centro di Damasco, è il più grande campo profughi palestinese della Siria. O piuttosto lo era. Nel giugno 2002, 112.000 palestinesi vivevano a Yarmouk. Alla fine del 2014, la popolazione erano meno di 20.000. Secondo fonti mediche, molti dei residenti del campo sono affetti da una serie di malattie.
Queste cifre sono allarmanti, ma per la leadership dell’Autorità palestinese, i media mainstream e le organizzazioni per i “diritti umani” dei paesi occidentali. Nessun campanello d’allarme è suonato riguardo agli oltre 12.000 palestinesi che languiscono nelle prigioni siriane, tra cui 765 bambini e 543 donne. Secondo fonti palestinesi, circa 503 palestinesi sono morti sotto tortura negli ultimi anni.
Fonti affermano che alcune prigioniere sono state stuprate dalle guardie. Huda, una ragazza di 19 anni di Yarmouk, ha raccontato di essere rimasta incinta dopo aver subito ripetuti stupri di gruppo per 15 giorni, nel carcere siriano dove era stata rinchiusa. “A volte mi violentavano più di 10 volte al giorno”, ha raccontato Huda, aggiungendo che a causa di questo ha avuto forti emorragie e ha subito perdite di coscienza. Ha anche raccontato in un’intervista di un’ora come sia stata rinchiusa in una cella per tre settimane dove c’erano i corpi di altri prigionieri torturati a morte.
Storie come questa vengono raramente riportate dai quotidiani occidentali. Né se ne parla alle conferenze delle varie organizzazioni internazionali che si occupano della tutela dei diritti umani e nemmeno alle Nazioni Unite. Gli unici palestinesi di cui il mondo parla sono quelli che si trovano nelle prigioni israeliane. La leadership dell’AP non perde mai occasione di chiedere il rilascio di quei palestinesi incarcerati da Israele, la maggior parte dei quali è sospettata o riconosciuta colpevole di terrorismo. Ma di fronte alle migliaia di persone torturate in Siria, i dirigenti dell’Autorità, a Ramallah, sono incredibilmente silenziosi. Per essere precisi, è opportuno ricordare che le fazioni palestinesi di Fatah e Hamas hanno contattato talvolta le autorità siriane riguardo ai prigionieri, ma solo per chiedere il rilascio di alcuni dei loro membri.
Giunge notizia dalla Siria che tre campi profughi palestinesi sono ancora assediati dall’esercito siriano e dai suoi gruppi fantoccio palestinesi. Yarmouk, per esempio, è sotto assedio da più di 970 giorni, mentre il campo profughi di Al-Sabinah da più di 820 giorni. Handarat sta affrontando la stessa sorte da oltre 1000 giorni. La maggior parte degli abitanti di questi campi è stata costretta a lasciare le proprie case. A Yarmouk, 186 palestinesi sono morti di fame o per mancanza di cure mediche. Più del 70 per cento del campo di Daraa è stato completamente distrutto a causa dei ripetuti bombardamenti da parte dell’esercito siriano e di altre milizie.
I palestinesi della Siria sarebbero stati più fortunati se avessero vissuto in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza perché la comunità internazionale e i media di certo li avrebbero notati. Quando i giornalisti occidentali si soffermano troppo sui palestinesi trattenuti ai posti di blocco israeliani, ma ignorano le bombe sganciate dai militari siriani sulle zone abitate, viene da chiedersi dove abbiano imparato il mestiere.

 

(traduzione di Angelita La Spada)

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