Il buon governo di Maria Teresa

Rimasta esclusa dai teatri di guerra del secondo ’700, la Lombardia trasse dall’epoca teresiana benefici maggiori degli altri stati asburgici.

Carlo Enrico di Lorena principe di Vaudemont, un francese, fu l’ultimo dei governatori spagnoli del ducato di Milano. Che fosse un francese non stupisce, nella cosmopolita Europa del tempo. A Loreto – che allora era aperta campagna – il Vaudemont aveva una villa suburbana, la Berlingera, riservata ai suoi piaceri personali. “Ivi aveva disposto una specie di giardino d’Armida – racconta il Cantù – e ai signori insegnava a far pompa di scostumatezza.” Giunto a Milano nel 1698, il Vaudemont non ebbe un governo molto lungo. Allo scadere del secolo infatti iniziava quella serie di rivolgimenti noti come “guerre di successione”, destinati a cambiare più volte la carta politica d’Europa; ed è nel corso di questi rivolgimenti che Milano mutò padrone, e da spagnola divenne austriaca. In realtà questi aggettivi nazionali usati col significato di oggi risultano fuorvianti. Gli stati nazionali sono un concetto che si afferma nell’800; ma alla fine del ’600 la geografia politica era ancora basata sul principio dinastico. Gli stati erano pertinenza di questa o quella corona, beni privati delle famiglie regnanti; e i re non avevano nazionalità: erano Asburgo e basta, Borboni e basta. Le guerre di successione furono come operazioni finanziarie. Purtroppo vennero appoggiate dai cannoni, estremo argomento dei re, e insanguinarono l’Europa per diversi decenni; ma si risolsero in baratti di pacchetti azionari, passaggi di mano dal gruppo Asburgo al gruppo Borbone, mettendo sottosopra tutte le altre corone d’Europa.
La prima e più grave delle guerre di successione fu determinata dalla estinzione senza eredi diretti degli Asburgo di Spagna. Carlo II d’Asburgo morendo nell’anno stesso del secolo – 1700 – nominò come erede un parente francese della casa di Borbone, Filippo d’Angiò, nipote del Re Sole; ma il testamento venne immediatamente impugnato dagli Asburgo della casa imperiale d’Austria. La guerra che ne segui si trascinò per quattordici anni con alterne vicende. Nel 1706 Milano vide per la prima volta le truppe austriache, al comando del principe Eugenio di Savoia che fece il suo solenne ingresso in città il 24 settembre e ne prese possesso in nome dell’imperatore Giuseppe I. Ma bisognò attendere altri otto anni prima che questo possesso diventasse definitivo.
Il trattato di Radstadt del 1714 fissò il nuovo assetto d’Europa: i Borboni acquistavano la corona di Spagna ma cedevano agli Asburgo d’Austria numerosi altri territori, tra cui il Milanese. Da un punto di vista dinastico – che era quello che contava allora – Milano in teoria non cambiava padrone. Rimaneva feudo della casa d’Asburgo; e la nobiltà lombarda poteva serenamente giurare fedeltà al nuovo sovrano senza macchiarsi di fellonia. Il nuovo sovrano era Carlo VI, succeduto nel 1711 al fratello Giuseppe I. Il suo regno non fu facile né pacifico. La sistemazione che l’Europa aveva ricevuto a Radstadt venne rimessa in discussione da altri problemi di successione, e da altrettante guerre sia diplomatiche che militari: successione al trono di Polonia (elettivo anziché ereditario, quindi ancora più facile a creare problemi), ai troni italiani di Parma e di Toscana dove si estinguevano le rispettive dinastie dei Farnese e dei Medici, e a quello di Napoli che i Borboni di Spagna riuscivano a conquistare nel 1737. E lui stesso, l’imperatore Carlo VI, lasciava aperto un grave problema politico-dinastico designando alla successione – in mancanza di eredi maschi – la propria figlia Maria Teresa. Se ne occupò in anticipo, e cercò con ogni mezzo di ottenere il consenso delle cancellerie europee al pacifico subentro; ma alla sua morte – avvenuta nel 1740 – il consenso non ci fu affatto, e Maria Teresa dovette affrontare altre guerre e accettare compromessi prima di poter regnare senza opposizione. Nel 1745 la corona del Sacro Romano Impero – teoricamente elettiva, ma di fatto privilegio ereditario della casa d’Asburgo già da diversi secoli – venne attribuita allo sposo di Maria Teresa, Francesco Stefano di Lorena. La casa imperiale d’Austria si chiamò da allora Asburgo-Lorena.

Sviluppo urbano

Da tutti questi rivolgimenti politici Milano fu bene o male coinvolta. Lo stato milanese subì diverse perdite territoriali, quasi tutte a favore dei vicini duchi di Savoia, divenuti – tra una guerra di successione e l’altra – re di Sardegna. Passarono ai Savoia la Valsesia, la Lomellina, Voghera con l’Oltrepò Pavese, Alessandria, Tortona e Novara, tutte terre già del ducato di Milano; fu invece annesso a Milano il ducato di Mantova, sottratto nel 1707 ai Gonzaga-Nevers. Ma per la vita della città ben più importanti delle variazioni territoriali furono i mutamenti amministrativi e civili portati dal nuovo governo soprattutto a partire dalla metà del secolo, dopo la burrasca delle guerre di successione. Furono mutamenti essenzialmente positivi, che portarono Milano a un notevole grado di benessere: la Lombardia austriaca divenne uno degli stati meglio amministrati d’Europa, uno dei più prosperi dell’impero asburgico.
Vediamola, Milano, come appare nel 1737. Ce ne ha lasciato una descrizione molto accurata il padre Serviliano Lattuada, dotto sacerdote milanese che pubblicò in quell’anno un’opera cospicua, arricchita di numerose incisioni in rame: una guida storico-artistica di Milano in ben cinque volumi. La pianta della città non risulta granché mutata rispetto a quella di due secoli prima. Milano è ancora una città monocentrica, con un nucleo fittamente abitato entro il vecchio tracciato delle mura viscontee (la cerchia dei navigli) e una fascia esterna racchiusa dalle mura spagnole dove i borghi si espandono con abitazioni molto più diradate, inframmezzate a orti e coltivi. A nord-ovest il Castello ha un vasto perimetro stellare irto delle punte dei baluardi. All’interno delle due cerchie la città si presenta come un agglomerato casuale, privo di veri spazi urbani. Le sole piazze degne del nome sono quella del Duomo, peraltro molto più ristretta dell’attuale, dove la mole del Duomo e quella del Palazzo Reale (anzi Regio-Ducale, come si chiamava allora) stanno in bisticcio l’una con l’altra, messe di sghembo; e la piazza Mercanti, il solo episodio urbanistico pensato e realizzato d’assieme, coi suoi quattro lati chiusi attorno al Broletto e le sue sei porte pulsanti di vita. Al di fuori di queste, le altre piazze sono semplici slarghi all’incrocio delle vie, spazi privati antistanti i palazzi più pretenziosi, sagrati di chiese. Tra le vie si individuano le maggiori direttrici in corrispondenza delle sei porte storiche: il corso di Porta Romana, la via elegante dei corsi mascherati e del passeggio in carrozza; la corsia del Giardino (via Manzoni) che conduce alla Porta Nuova e continua nella strada della Cavalchina (via Manin); la contrada dei Meravigli che continua nel corso di Porta Vercellina e nel borgo delle Grazie (Corso Magenta); la corsia dei Servi (corso Vittorio Emanuele) che continua nel borgo di Porta Orientale; il corso di Porta Ticinese; il corso di Porta Comasina. Il loro tracciato è chiaro e dritto nella fascia tra le due cerchia di mura; ma all’interno del centro storico anche queste vie principali si perdono in curve, spezzettamenti, giri imprevisti.
La città insomma appare formata per crescita spontanea, in base al proliferare episodico dell’edilizia privata e di quella religiosa. I palazzi della nobiltà e gli edifici del clero si dividono le aree più cospicue; ai loro margini si sviluppano le case di abitazioni più modeste. Non esistono quartieri popolari autonomi, ma case popolari o borghesi cresciute “all’ombra” o “a ridosso” dei monasteri o dei palazzi delle grandi famiglie che spesso posseggono l’intero quartiere e anche la strada. Colorando a tinte diverse sulla mappa i quartieri di proprietà nobiliare e quelli di proprietà religiosa, resta ben poco spazio per un terzo colore; e anche le proprietà dei pubblici poteri – tolti il Castello, il Palazzo Reale e l’area del Broletto – sono poca cosa. La casa d’affitto nasce (un po’ per volta, e non senza un certo ritegno da parte dei proprietari nobili) come forma di utilizzo delle aree e dei volumi eccedenti. Si destinano all’affitto le case adiacenti al palazzo; ma quando il palazzo stesso è stato costruito troppo grandioso, si finisce per affittare una parte anche di quello: in genere i piani superiori al primo, o le ali laterali riservando all’uso padronale il piano nobile. Il pianterreno è destinato per lo più ai servizi: rimesse, scuderie, cucine ecc. Anche chiese e monasteri affittano disinvoltamente nell’ambito delle loro proprietà. In particolare, rendono molto bene le locazioni di botteghe e bancarelle davanti alle chiese, a cominciare dal sagrato del Duomo, dove i bancarellari si contendono accanitamente ogni metro quadrato. Nel complesso è l’edilizia religiosa che fa la parte del leone nella città dei tempi del Lattuada, con oltre 250 edifici notevoli elencati nella pianta. Si tratta di conventi, chiese parrocchiali, chiese collegiate (ossia officiate non da un semplice parroco ma da un “collegio” di preti, o canonici), oratori, cappelle, sedi di congregazioni, orfanotrofi e altre opere pie. Le congregazioni, dette anche “scuole” o confraternite, sono un tipico fatto di costume, una forma di vita associata, di club sotto etichetta religiosa. Sono gruppi di cittadini che, prendendo a spunto un particolare scopo assistenziale o devozionale, si riuniscono in una propria sede, con la propria chiesa, con un loro spirito di corpo e di solidarietà reciproca. Spesso hanno interessi comuni, sono persone dello stesso mestiere o della stessa professione che intitolano la congregazione al loro santo patrono. Nelle occasioni solenni, come feste o processi, ogni congregazione ha il proprio abito, privilegio concesso dalle autorità ecclesiastiche. Ma non a tutti: esistono anche gli “scolari senz’abito”. Tipiche dell’età spagnola erano le confraternite dei Disciplini o Flagellanti, che nelle processioni si autoflagellavano pubblicamente; ma è un uso che si va perdendo nel nuovo secolo e sotto il governo austriaco. Rimangono invece gli Incappucciati della Misericordia, aventi a loro scopo l’assistenza religiosa ai condannati a morte. Le idee del Beccaria non sono ancora state espresse nel 1737, e la giustizia conserva tutta la sua inesorabilità e il suo macabro apparato. Il luogo delle esecuzioni capitali rimane per antica tradizione la piazza della Vetra, e qui i confratelli della Misericordia con i loro sinistri cappucci accompagnano salmodiando i condannati al patibolo. La sede della confraternita era in via Case Rotte nella chiesa di San Giovanni Decollato, dove i cadaveri dei condannati venivano sepolti: i nobili in chiesa, i plebei in una fossa comune nella cripta. La chiesa aveva una bella architettura, progetto del Richini, confratello anche lui. Venne demolita agli inizi del nostro secolo per costruire il palazzo della Banca Commerciale. La facciata si trova ora in via Ariosto, ricomposta anni dopo sul fianco di un’altra chiesa. Chiese e oratori si aprono sulle vie della città con le loro facciate, sono luoghi di incontro e punti di riferimento. I monasteri invece si chiudono entro muraglie cieche, tanto più alte quanto più è severa la regola monastica e stretta la clausura. Spesso occupano la lunghezza di tutta una via, cui conferiscono una singolare fisionomia, oggi dimenticata. Un altro tratto fisionomico caratteristico sono le croci processionali, di cui si è detto a proposito della peste. Se ne contano ventotto, distribuite nei maggiori crocicchi della città, e fanno da polo visivo e da riferimento topografico. Ognuna ha il suo nome, il suo santo, la sua statua.
Grandi assenti sono invece le fontane pubbliche: non una sola in tutta Milano. Non esiste ancora una numerazione civica. Le strade non hanno targa né nome ufficiale; hanno però un nome d’uso corrente che in molte vie del vecchio centro si richiama agli antichi mestieri delle corporazioni medievali che vi avevano (o vi hanno ancora) sede. Ma in generale sono le chiese che servono da riferimento e danno il nome alle strade. Se la città vista in pianta non appare molto cambiata nel 1737 rispetto a quella del ’500, il cambiamento si vede girando per le vie. Il volto architettonico del nuovo secolo si è sovrapposto un po’ per volta a tutto. L’architettura barocca affermatasi nel ’600 continua nel ’700 con variazioni di gusto e di stile che giustificano i nomi di  “barocchetto” o di “rococò”; ma continua sostanzialmente nella stessa direzione. La città cambia volto non solo per il rinnovarsi sistematico dell’edilizia privata, presa da mania di grandezza e condizionata dalla carrozza; anche le chiese rifiutano le linee sobrie dei secoli precedenti e si danno ovunque un’architettura alla moda del secolo,  rimaneggiando il vecchio, ricostruendo ex novo, o almeno rifacendo la facciata. È una sorte che subiscono tutte (o quasi) le più insigni basiliche romaniche, le chiese gotiche del ’300 e del ’400 e anche quelle del primo Rinascimento. Quelle che vediamo oggi sono per lo più opere di restauro emerse dalla demolizione delle sovrastrutture barocche.

 Il culto dei palazzi

Milano nel ’700 non ha più, prima del Piermarini, un architetto protagonista, un asso pigliatutto come era stato il Richini nel secolo precedente; ma sono attivi nuovi e validi artisti come Francesco Croce, Giovanni Ruggeri, Bartolomeo Bolla, Carlo Felice Pietrasanta, Carlo Giuseppe Merlo, Bernardino Ferrario, Marco Bianchi. Le loro opere al servizio delle grandi famiglie patrizie spaziano con pari impegno dai palazzi di città alle ville di campagna, e spesso trovano in queste ultime possibilità più aperte, mano più libera, e magari maggiori fondi da parte dei committenti. È del 1743 l’opera di Marcantonio Dal Re Ville di delizia, ossieno palagi camperecci dello stato di Milano, monumentale raccolta di incisioni con l’accurata descrizione di tutte le maggiori ville lombarde del tempo. La vita in villa come fatto di costume diviene importante per la società milanese, cambia ritmi di vita, cambia molte cose. Si va in villa ai primi di maggio e si torna ad autunno inoltrato, dopo la vendemmia, dopo i Morti. Il 4 novembre, giorno di San Carlo, diviene la data abituale per il rientro a Milano: è una buona metà dell’anno che si trascorre in campagna. Il tempo è speso abbondantemente in feste, cacce, cavalcate, balli e altri svaghi; ma è anche dedicato agli interessi. C’è un notevole impegno da parte dell’aristocrazia lombarda a occuparsi seriamente, da vicino, delle proprietà terriere e del loro rendimento. Stando sul posto, in villa, si tiene d’occhio l’operato di fattori e intendenti, si osservano i lavori agricoli, se ne può migliorare la tecnica con investimenti intelligenti. Le qualità imprenditoriali dei milanesi trovano nell’agricoltura il loro primo campo di applicazione e preparano la strada alle industrie che nasceranno in Brianza e altrove a cominciare dalle filande e dalle tessiture di seta. Certo il ’700 è ancora ben lontano da concetti di equa distribuzione della ricchezza; e i redditi prodotti si traducono quasi tutti in opere edili di sfarzo principesco: ville, giardini e palazzi. Francesco Croce (architetto, fra l’altro, del tiburio del Duomo con la guglia della Madonnina) costruisce il bel palazzo Sormani in via della Guastalla, cui lavora vent’anni dopo Benedetto Alfieri erigendo l’elegante facciata interna, prospiciente il giardino. È l’attuale sede della Biblioteca comunale centrale. Le opere più significative del Croce sono però fuori città: la villa Brentano a Corbetta, la Pertusati a Comazzo, la Borromeo a Cassano d’Adda. Giovanni Ruggeri lascia a Milano il suo capolavoro nella facciata del palazzo Cusani in via Brera, oggi sede del Comando militare territoriale; in provincia costruisce la villa Alari a Cernusco sul Naviglio, la villa Crivelli al Castellazzo di Bollate, la villa Visconti a Brignano Gera d’Adda. Per il palazzo richiniano dei Litta Bartolomeo Bolla costruisce la scenografica facciata sul corso Magenta. Non sono molti, però, i palazzi milanesi che possono permettersi esterni così imponenti. Gli spazi in genere sono angusti, le strade strette, le piazze – lo abbiamo visto – quasi inesistenti. Le ariose prospettive e le grandiose scenografie, che si possono realizzare in villa, in città non sono più possibili. Si sviluppa così un’architettura tipicamente milanese che profonde negli interni ricchezze assai maggiori di quanto appaia dall’esterno. La sobrietà, la signorile discrezione degli esterni, non è dovuta a saggezza né a modestia, ma solo a necessità. Ce ne accorgiamo percorrendo le vie più aristocratiche della vecchia Milano (Bigli, Spiga, Sant’Andrea, Santo Spirito, Verri, Montenapoleone…): gettando un’occhiata al di là dei portoni si scoprono nei cortili armonie architettoniche e scenografiche prospettive che raramente gli esterni lasciano intuire. Nelle sale interne i soffitti a volta (o a falsa volta) sostituiscono nel ’700 i semplici soffitti a cassettoni con travi a vista, offrendo un campo nuovo e fecondo alla pittura a fresco. Ogni palazzo importante ha il suo “salone d’onore”, quasi una sala del trono, destinato alle feste da ballo: è illuminato da grandi lampadari di cristallo, ingrandito otticamente da specchiere dorate che moltiplicano gli spazi, e sormontato da una volta affrescata con temi allegorici o mitologici, spesso allusivi ai fasti della famiglia.
Giovan Battista Tiepolo, il grande maestro veneto, soggiorna a Milano per quasi dieci anni (1731-40) e decora a fresco, con la sua inventiva geniale, alcuni dei palazzi più importanti. Un grandioso Carro del Sole fuga le tenebre in una gloria di nuvole dorate sul soffitto del salone d’onore di Palazzo Clerici, nella via omonima; le storie bibliche di Ester e Assuero adornano le sale di palazzo Dugnani in via Manin; un ciclo allegorico dedicato alle arti (purtroppo distrutto dalla guerra) illustrava il palazzo Archinto in via Olmetto. Altri pittori veneti lavorano nel ’700 a Milano: il Piazzetta e Giandomenico Tiepolo, figlio di Giovan Battista. Per l’arredamento dei palazzi l’artigianato milanese sviluppa e perfeziona l’ebanisteria e l’intaglio. Sono milanesi (per l’esattezza, da Parabiago) i famosi Maggiolini, dinastia di ebanisti, maestri insuperati nell’arte dell’intarsio. Con tutta la gamma dei colori di legni esotici e nostrani (oltre ottanta specie) i Maggiolini compongono nei loro pannelli intarsiati autentiche opere di pittura. Altre arti applicate che ricevono impulso dall’attività edilizia dei nobili sono la decorazione a stucco, che si sbizzarrisce con ugual vena sia nelle chiese che nei palazzi, la tappezzeria e il ferro battuto, da cui nascono i leggiadri balconi cari al gusto del barocchetto.

Un mito

Il lungo regno di Maria Teresa (quarant’anni, dal 1740 al 1780) è divenuto nella prospettiva storica una mitica età dell’oro, “l’età teresiana”, il cui ricordo ha resistito persino alla austrofobia del Risorgimento. (Nell’Inghilterra dell’800 sarà un’altra donna saggia e longeva – la regina Vittoria – a dare il suo nome a tutta un’epoca.) La Lombardia austriaca trasse dall’epoca teresiana benefici maggiori degli altri stati asburgici in quanto rimase esclusa dai teatri di guerra della seconda metà del secolo. Le guerre di successione avevano imperversato in Italia, ma le guerre che vennero dopo (soprattutto quelle tra l’Austria e la nascente potenza prussiana di Federico il Grande) si svilupparono per lo più in territorio germanico. Maria Teresa non fu mai a Milano, e forse non ebbe personalmente merito nella rinascita economica e civile della Lombardia. Ebbe però quello – e non è poco per un sovrano – di aver messo uomini giusti ai posti di comando, a cominciare dal cancelliere Kaunitz a Vienna; e di averli lasciati abbastanza a lungo per portare avanti un’opera di saggia amministrazione. La stabilità di un governo è già di per se stessa un buon governo. A Milano terminò finalmente la ridda dei governatori effimeri che aveva caratterizzato il dominio spagnolo. Anche la chiesa ambrosiana – per inciso – ebbe un lungo e tranquillo episcopato di quasi mezzo secolo. Il cardinale Giuseppe Pozzobonelli fu arcivescovo a Milano per tutto il periodo teresiano, salendo al soglio di Ambrogio nel 1743, tre anni dopo l’ascesa al trono di Maria Teresa, e morendo nel 1783, tre anni dopo l’imperatrice. Quanto ai governatori, vi fu un certo ricambio nella prima metà del secolo; poi, nel 1754, Maria Teresa pose al governo di Milano una singolare personalità, Francesco III d’Este duca di Modena, sovrano di uno stato indipendente. Fu una complessa operazione politica con cui la casa d’Austria – famosa per il successo delle sue alleanze matrimoniali – attirava un altro stato italiano, Modena, nella sua orbita e se ne assicurava l’eredità. Il pacchetto degli accordi che portavano Francesco d’Este al governo di Milano comprendeva infatti anche il fidanzamento dell’ultima erede degli Este, Maria Beatrice, con il terzogenito di Maria Teresa, l’arciduca Ferdinando Carlo, nato proprio in quell’anno 1754. Il nonno di Beatrice, Francesco d’Este, doveva reggere lo stato milanese sino alla maggiore età del neonato e neofidanzato arciduca, che gli sarebbe poi succeduto a Milano. L’arciduca avrebbe ereditato il ducato di Modena e anche quelli di Massa e Carrara, spettanti a Maria Beatrice per parte materna; la nuova dinastia avrebbe assunto il nome di Asburgo-Este e avrebbe mantenuto la corona di Modena distinta e indipendente da quella d’Austria. Il passaggio di poteri nella carica di governatore della Lombardia avvenne puntualmente diciassette anni dopo, nel 1771; e l’insediamento del giovanissimo arciduca si celebrò a Milano contemporaneamente alle nozze con la fidanzata estense, officiate dal cardinale Pozzobonelli. Né l’uno né l’altro dei due regali governatori – che pure portavano a Milano una cospicua promozione di prestigio e un altrettanto stimolo alla vita di società – si occupò seriamente dell’amministrazione dello stato. Ferdinando perché troppo giovane; Francesco – prima di lui – perché troppo occupato a godersi saggiamente la vita. In realtà Francesco d’Este risiedette ben poco a Milano. Si trovava molto meglio a Varese, città che gli era stata data in feudo, dove si era fatto costruire una villa principesca con stupendi giardini, la villa d’Este, oggi sede del municipio. In previsione della scarsa partecipazione dei suoi congiunti al governo della cosa pubblica Maria Teresa aveva istituito, a fianco della carica di “governatore e capitano generale della Lombardia”, quella di ministro plenipotenziario; e questa venne affidata al trentino conte Carlo di Firmian, che fu per ventiquattro anni (1758-1782) il governatore di fatto dello stato milanese. Saggio, bonario, amante delle arti e della cultura, il Firmian fu un personaggio che pesò molto positivamente nella vita a Milano. Con il Firmian a Milano e il Kaunitz a Vienna si affermarono quei princìpi di “dispotismo illuminato” che i filosofi francesi da Voltaire in avanti avevano propugnato, e che erano stati entusiasticamente abbracciati dal primogenito di Maria Teresa, Giuseppe II. Alla morte di Francesco Stefano di Lorena, nel 1765, Maria Teresa aveva chiamato il figlio alla dignità di coreggente. Giuseppe II iniziò quindi a regnare già vivente la madre, quindici anni prima di rimanere solo al potere. La coreggenza non fu senza contrasti. Sinceramente devota, e conservatrice per temperamento, Maria Teresa non poteva accettare le idee filosofiche del figlio, scettico di scuola voltairiana, né approvare le sue scelte politiche quando queste ledevano troppo frontalmente gli interessi della Chiesa. Tuttavia l’affetto e il rispetto reciproci seppero smussare l’asperità dei conflitti, imporre la moderazione. Le diverse concezioni politiche di madre e figlio non si bloccarono ma si temperarono a vicenda; forse fu questo uno dei fattori determinanti del buon governo dell’epoca teresiana. La soppressione degli ordini religiosi parassitari, l’abrogazione della manomorta e dei privilegi fiscali del clero, l’abolizione dell’Inquisizione e la concessione di una relativa libertà di pensiero e di stampa: furono questi i punti più importanti di divergenza tra le idee di Maria Teresa e quelle del figlio. L’imperatrice non ostacolò le riforme ma fu cauta nella loro attuazione (e questo fu un bene); non rifiutò comunque di apporre la sua firma ad atti coraggiosi, come l’espulsione dei Gesuiti nel 1772 e la soppressione di ordini religiosi inutili, anacronistici, gravanti pesantemente sull’economia dello stato. Naturalmente le soppressioni si fecero più drastiche e radicali da quando Giuseppe II rimase solo al potere, nel 1780. Furono un fatto determinante che cambiò a fondo la vita e il volto di Milano. Ce ne occuperemo in seguito più da vicino.

 

 

 

 

 

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