Il francoprovenzale: una lingua da salvare

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Al XIII secolo risalgono i primi documenti letterari in nostro possesso redatti in francoprovenzale, una lingua gallo-romanza, diffusa in una vasta area che va dalla Val d’Aosta al Piemonte occidentale, dalla Svizzera romanza ad alcuni dipartimenti francesi, della quale nella seconda metà dell’Ottocento Graziadio Isaia Ascoli riconobbe l’indipendenza storica e l’indiscutibile individualità. Mentre aumentano gli attacchi della dominante cultura italiana per cancellarla insieme al peculiare mondo che attraverso di essa si esprime, si diffondono in Val d’Aosta varie pregevoli iniziative che si adoperano, con straordinaria vitalità, impegno e ricchezza di proposte, a salvaguardare e a consolidare un patrimonio etnico-linguistico prezioso e insostituibile.

“Chiamo francoprovenzale un tipo idiomatico, il quale insieme riunisce, con alcuni suoi caratteri specifici, più altri caratteri, che parte son comuni al francese, parte lo sono al provenzale, e non proviene già da una tarda confluenza di elementi diversi, ma bensì attesta la sua propria indipendenza istorica, non guari dissimile da quella per cui tra di loro si distinguono gli altri principali tipi neo-latini”1.

Con queste parole Graziadio Isaia Ascoli, fondatore della dialettologia italiana, definisce un gruppo di parlate gallo-romanze la cui originalità non era mai stata fino ad allora, e cioè alla fine del secolo scorso, rilevata in modo così netto. Fondando la sua “scoperta” su considerazioni di tipo fonetico, lo studioso riuscì a delimitare un’area linguistica la cui peculiarità è oggi universalmente riconosciuta così come la sua individualità rispetto alla lingua d’oc e alla lingua d’oïl. Il dominio geografico francoprovenzale comprende a grandi linee la Valle d’Aosta (tranne le comunità Walser della Valle del Lys), alcune valli del Piemonte alpino occidentale (Val d’Orco, Val Soana, le tre Valli di Lanzo, la Val Cenischia, la media e bassa Valle di Susa e la Val Sangone), tutta la Svizzera romanza (eccettuato il Giura bernese) e i seguenti dipartimenti francesi: la maggior parte della Loira e del Rodano, l’estremità sud-orientale della Saona e Loira, il sud del Doubs, la maggior parte del Giura, l’Ain, l’Alta Savoia, la Savoia, la maggior parte dell’Isère, l’estremità nord della Drôme. Vi sono pure due isole linguistiche francoprovenzali in provincia di Foggia: Celle di San Vito e Faeto. Si presume che il loro insediamento risalga al XIII o all’inizio del XIV secolo e che la regione di provenienza sia l’area lionese. Se l’atto di nascita del francoprovenzale risale al secolo scorso, la sua genesi è avvenuta ovviamente in tempi ben più antichi. Varie e suggestive sono le ipotesi: Wartburg propone quella del superstrato burgundico2, Tuaillon lo definisce invece come proto- francese che si è conservato ad uno stadio arcaico. La seconda ipotesi è indubbiamente la più accreditata, mentre la prima viene contestata da più parti. Lione è stata, per diversi secoli, la capitale storica della regione francoprovenzale e il declino del suo ruolo politico alla fine del Medioevo ha segnato l’inizio della frammentazione linguistica che caratterizza tutt’oggi questo gruppo di parlate. Non esistono infatti né una koinè che funga da elemento unificatore né una tradizione letteraria vera e propria. Esistono tuttavia numerosi documenti che risalgono al XIII e al XV secolo redatti in francoprovenzale e che provengono soprattutto dall’area di Lione e di Friburgo. Sono inoltre rimasti vari testi come quelli della poetessa Marguerite d’Oingt (XII secolo) che scrisse in francoprovenzale le sue Méditations e altre opere di carattere religioso nonché la sua corrispondenza3, delle Légendes en prose e la traduzione di un testo giuridico latino La Somme du Code ( verso il 1250). Durante il XVI secolo, nonostante il diffondersi del francese, le testimonianze francoprovenzali sono numerose. Il primo esempio di testo stampato è un Noël del 1530, seguito da una raccolta di 8 Noël e di 14 canzoni pubblicata nel 1555. Esistono inoltre vari esempi di “pamphlets” diretti contro le autorità, ora contro i Savoia ora, a Ginevra, contro i preti cattolici4. Tra questi testi politici è degno di nota  Lo Guémen (1615) che raccoglie i lamenti di un contadino che vede la sua terra (Bresse) invasa dalle truppe francesi. Mentre nelle regioni limitrofe i dialetti francoprovenzali sono ormai in fase di estinzione, in Valle d’Aosta conservano un buon grado di vitalità. Risulta infatti che il 55%5 dei Valdostani usi abitualmente il francoprovenzale. Questo fatto non significa, tuttavia, che il “patois” sia immune dagli attacchi della cultura dominante. Infatti il codice linguistico con il maggior numero di utenti è quello italiano. La scuola, i mezzi di comunicazione, il turismo, l’immigrazione rappresentano altrettanti veicoli di diffusione della lingua italiana. Alla crisi dei dialetti locali contribuiscono altri fattori quali il progressivo mutare dell’economia, che vede oggi privilegiato il settore terziario a scapito di quello primario, e fenomeni collaterali di migrazione interna verso gli agglomerati urbani. La consapevolezza dell’aggravarsi della situazione ha favorito in questi ultimi anni il sorgere di iniziative volte alla salvaguardia del patrimonio etnico- linguistico. Il Centre d’Etudes Francoprovençales “René Willien” di Saint-Nicolas, sorto nel 1967, svolge un’intensa attività promotrice di studi e di ricerche a carattere scientifico nonché opera di sensibilizzazione per lo sviluppo della lingua e della cultura locale. L’Atlante linguistico delle parlate valdostane (Atlas des patois valdôtains, la cui sigla è APV), in fase di realizzazione, è il progetto più ambizioso del Centro. Si tratta di un’indagine dialettale condotta in 16 comuni campione della Valle sulla base di un questionario che comprende circa seimila domande ordinate secondo temi o soggetti concernenti la cultura rurale. Un’ulteriore iniziativa a carattere scientifico è la ricerca toponomastica patrocinata dal BREL (Bureau Régional pour l’Ethnologie et la Linguistique) di recente istituzione e che si pone come obiettivo immediato il censimento di tutti i toponimi esistenti nella regione. Altra associazione che opera in questo settore è l’AVAS (Association Valdôtaine des Archives Sonores) che sta raccogliendo testimonianze orali e dispone oggi di circa 2500 cassette registrate. È da sottolineare inoltre l’uso del francoprovenzale da parte di numerose compagnie teatrali raggruppate nella Fédérachon Valdoténa di Téatro Populéro quali lo Charaban, la Veillà, la Compagnie dou Beufet, che annualmente si esibiscono nel corso di una manifestazione che prevede una serie di recite, le Printemps Théâtral. Ogni anno si svolge il Concours de patois Abbé Cerlogne, lanciato da René Willien nel 1963 e organizzato dal Centre in collaborazione con l’Amministrazione Regionale. Questo concorso, dedicato alla memoria di J.B. Cerlogne, il félibre valdostano più importante, vede la numerosa partecipazione di scuole materne, elementari e medie che raccolgono materiale linguistico e etnografico su un tema prefissato e riguardante un aspetto della civiltà alpestre (la casa, il carnevale, il Natale, le feste, la musica popolare, l’acqua, i mestieri, ecc.). Per quanto riguarda la letteratura francoprovenzale, Cerlogne, uomo straordinario, come tanti altri sacerdoti della nostra regione (pensiamo per esempio all’abbé Trêves), nato a Saint- Nicolas nel 1826, ha notevolmente arricchito con la sua opera poetica, in cui la vita quotidiana si riflette in tutta la sua bellezza e semplicità, la cultura valdostana. Autodidatta e leggermente “en marge” dai ranghi della cultura ufficiale, questo poeta, che nella sua poverissima adolescenza è stato, come numerosi altri giovani valdostani, “ramoneur” (spazzacamino) in Francia e poi lavapiatti al seminario di Aosta, ha redatto il primo dizionario bilingue francese-francoprovenzale: il Dictionnaire du patois valdôtain précédé de la petite grammaire, pubblicato ad Aosta nel 1907. L’impresa di Cerlogne è stata ripetuta: esiste infatti un nuovo dizionario Nouveau Dictionnaire de Patois Valdôtain,opera di A. Chenal6 e R. Vautherin che completa e modernizza quello di J.B. Cerlogne. Tra le altre pubblicazioni si annoverano la rivista del Comité des Traditions Valdôtaines, Le Flambò, la rivista del Centre Nouvelles du Centre d’Etudes Francoprovençales, la rivista dedicata agli sport popolari valdostani Lo joà e les omo. A cura dell’AVAS, del Centre e del BREL sono stati pubblicati numerosi testi su diversi temi come l’emigrazione (Emigration valdôtaine dans le monde), la scuola d’altri tempi (L’école d’autrefois en Vallée d’Aoste), gli spazzacamini (Les ramoneurs de la Vallée de Rhêmes), il canto popolare (Enquête sur le chant populaire en Vallée d’Aoste e Les chansons de Napoléon), il teatro (Lo Charaban). È da menzionare la serie di volumi Notro Dzen Patoué, ora in ristampa, vere e proprie antologie di letteratura francoprovenzale. Come si può vedere, le iniziative di tipo culturale non mancano, ma noi, come tanti altri valdostani per i quali il francoprovenzale rappresenta il codice attraverso il quale la realtà circostante viene letta, vogliamo che la lingua che nostra madre ci ha insegnato fin dalla nostra infanzia continui a vivere e ad essere uno strumento essenziale al nostro sviluppo culturale ed individuale.

Note

1 G.I. Ascoli, Schizzi francoprovenzali, “Archivio Glottologico italiano”, 3 (1878), pp. 61-120.

2 Con la nozione di superstrato i linguisti intendono l’influenza che la lingua vincitrice esercita su quella vinta.

3 M. D’Oingt, Oeuvres, Parigi, Les Belles Lettres, 1965.

4 Sono stati pubblicati due anni fa da A.M. Vurpas in Moquerie Savoyardes, Lione, La Manufacture, 1986.

5 A. Betemps, Le patois en Vallée d’Aoste: quel avenir?, “Nouvelles d’Avise: Notiziario della Biblioteca”, 57, Aosta, Musumeci, 1986, pp. 9-26.

6 Autore anche della grammatica  Le franco-provençal valdôtain: morphologie et syntaxe, Aosta, Musumeci, 1986.

 

 

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