Il santo e il diavolo

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I cento volti del carnevale sardo, sempre in bilico tra la celebrazione cattolica e l’inquietante eredità pagana della protostoria


II carnevale sardo, ricco di tradizione e di fascino, è estremamente variato a seconda delle zone geografiche e dell’epoca di origine. Anche i nomi cambiano e rispecchiano queste diversità: nella parte meridionale dell’isola, fino ai confini dell’Ogliastra, del Sarcidano e delle lagune oristanesi, troviamo Su Carnovali; nell’Ogliastra, Su Maimone; nella parte centro-occidentale, dal Mandrolisai alla Campeda, Su Carrasegare; in tutto il restante Settentrione (dal Meilogu alla Gallura, dalla Nurra al Logudoro), il carnevale prende nome dal pupazzo destinato a morire allegramente: Giorgio, Giolgi o Giolzi, Zorzi, Zolzi e cosi via. A Tonara e (un tempo) in qualche altro paese della zona centrale, si svolge il Coli-Coli. Altri termini particolari denominano il carnevale qua e là: a Barumini è Papi-Pata; a Isili, S’Urdi de s’Antrecoru a Desulo, Zidicosu a Mamoiada, Mardis sero; a Dorgali, Su Randjolu, che probabilmente ripete il campidanese Lardajolu (giobia de Iardajolu = giovedì grasso). Storicamente, le origini di alcune maschere barbaricine si perdono nella notte dei tempi, e non sembra azzardato a qualcuno farle risalire all’epoca nuragica. Ogni epoca ha però lasciato le sue tracce, e con un po’ di attenzione queste si possono riconoscere, badando alle sovrapposizioni che spesso confondono le idee. Ci sono due filoni principali che balzano all’evidenza, e coesistono lottando, però, per prevalere: sono il carnevale di origine e spirito pagano, più antico e legato come significato al ciclo naturale delle stagioni, e il carnevale legato alla concezione religiosa cristiana, che fin dai primi secoli dopo Cristo ha cercato di sovrapporre le sue concezioni (purificazione dal peccato, inizio della Quaresima) a quelle dionisiache, indiavolate, liberatorie dei secoli precedenti, portate forse dai romani ad affiancare le usanze originarie.

Quasi ovunque esiste il pupazzo che viene processato, condannato a morte e bruciato (e, a volte, annegato o impiccato). Il processo è sempre più in declino, mentre resta in auge la condanna a morte: morte del carnevale, degli spiriti maligni, del peccato — secondo l’interpretazione «liturgica » — o del male in se stesso, secondo le varie interpretazioni «laiche» il male può essere il buio e il freddo invernale che inizia a diradarsi, oppure la durezza della vita, l’oppressione sociale, il nemico da abbattere insomma, quello di ogni giorno.

Naturalmente, da parte della letteratura «folklorica » si tende a mettere in risalto il fattore religioso per sottolineare, al solito, le profonde radici cattoliche della popolazione; in realtà il carnevale sardo (come ovunque) non ha niente di religioso o di penitenziale — se non il tema della processione o della sfilata ben ordinata, cui la gente assiste dai lati della strada — come lo intendono le Pro-loco o altre organizzazioni simili, che infatti stanno uccidendo le feste tradizionali e tutto ciò che è rimasto di spontaneo nella cultura popolare sarda, rendendo le feste tradizionalmente più allegre una noiosa e monotona sequela di… sbadigli. Ma il carnevale resiste anche a questo: gli scherzi, le maschere, il baccano infernale sono semmai l’esorcismo verso i tempi cupi che anziché far finire costoro vorrebbero perpetuare.

Le diverse manifestazioni geografiche

A Oristano si corre la Sartiglia, che ha origine tra il finire del 1400 e gli inizi del 1500. La citiamo per prima perché è considerata il simbolo del carnevale sardo, dai letterati «folklorici» a cui abbiamo già accennato; in realtà è rimasta quello che era all’origine: uno spettacolo ideato da un canonico del tempo dell’Inquisizione, Giovanni Dessi, per distogliere la popolazione dal «peccare» e dall’avvinazzarsi nelle bettole. La festa consiste nel tifare per cavalieri che cercano di infilare una stella appesa in mezzo alla strada. La manifestazione è organizzata da associazioni medievali di mestiere, i gremi, che nominano su componidori, figura tipicamente militare, il quale è l’arbitro assoluto nella disposizione e nell’ordinamento della corsa, nonché nell’aggiudicazione dei premi. Nel 1800 alla Sartiglia si è aggiunta la Pariglia, che consiste in evoluzioni a cavallo, in piedi sulla sella, da parte dei cavalieri accoppiati o anche in linea per quattro e cinque.

Anche Cagliari ha un ’ottima tradizione del carnevale (quasi scomparsa, nonostante le sfilate organizzate di recente) con le maschere parlanti (sa panettera, sa viuda, su piscadori, su dottori, su seddoresu, ecc.) e le maschere mute: is tiaulus(i diavoli), is maccus (i matti), is rantatiras (il riunirsi in gruppo di diverse maschere e l’incedere cadenzato ai rullo dei tamburi).

Le maschere mute sono le più antiche, e restano cariche di mistero. In Barbagia esse si sono tramandate praticamente uguali in un rituale che col passare dei secoli ha acquistato un sempre maggiore automatismo, con sempre minore coscienza del valore dei gesti e degli abbigliamenti, al punto che quel rituale è divenuto solo forma in cui non c’è più contenuto. Le maschere mute sono espressioni tipicamente collettive; le parlanti sono maschere individuali, che non hanno canoni fissi. Maschere mute sono i mamuthones di Mamoiada: uomini vestiti di pelli, con una maschera animalesca in viso e decine di campanacci sulle spalle; essi procedono informazioni che ricordano quelle militari, accompagnati dagli issocadores, uomini col lazo, vestiti con un costume di stile spagnolo. La loro sfilala, al ritmo cadenzato e concomitante dei campanacci, ricorda probabilmente qualche antica, vittoriosa impresa militare dei barbaricini, e i mamuthones rappresentano i vinti, umiliati come bestie, le cui maschere di legno esprimono permanentemente una fatica affannosa, un dolore implacabile, un terrore vero: degli uomini, non degli spiriti.

Forse i mamuthones sono una variazione del tema dominante in Barbagia: l’esorcismo dei nemico e del male, visto nelle sembianze dei lenti, pesanti, rassegnati boes, i buoi con tante variazioni: Carataos (mascherati da bovini); Battileddos (Vestiti con pelli stracciate di bovini); Merdùles (buoi, o uomini, sporchi); Bumbones (ubriaconi). È sempre più raro però vedere, come in passato, tutte insieme decine di maschere abbigliate con la mastruca (la lunga pelle di pecora che fa da mantello, in genere scura), collane di campanacci e corna di bue, o maschere cornute. Eppure queste maschere hanno origini antichissime, legate alla cultura naturalistica mediterranea. Maschere molto simili ai mamuthones esistono ad esempio anche a Skiros, in Tracia, ed è dimostrato che esse erano un tempo legate ai culti dionisiaci (esaltazioni pagane del piacere).

Alle maschere barbaricine accenna anche S. Agostino, intorno al 400 dopo Cristo: nel 129° sermone dice che essi «si vestono con pelli di animali, indossano teste di bestie, allegri ed esultanti, talmente trasformati sotto sembianze ferine da non sembrare più uomini… », Tale tradizione è dunque sicuramente di origine pre-cristiana, e si hanno molte testimonianze del vano affannarsi di vescovi e concili (come quello di Auxerre) per proibire tali usanze, in quanto essi nelle maschere animalesche vedevano il demonio.

Il «sabba»

Anche l’uso di tingersi il viso ha origini antiche e richiama il significato delle maschere mute in cui, ricordiamolo, è prevalente la partecipazione collettiva. Un paese dove quest’usanza ha conservato in gran parte i caratteri originari è Ovodda, ai confini della Barbagia col Mandrolisai, sugli ultimi contrafforti del Gennargentu che guardano alle vallate confinanti col Campidano. È da qui che, fin dal tempo della dominazione romana, e poi in epoca feudale fino alla venuta degli spagnoli, gli abitatori delle montagne compressi in angusti spazi dagli invasori scendevano verso le pianure a razziare carne e grano, spingendosi fino alle marine dell Oristanese dove prelevavano il sale per il formaggio.

A Ovodda il carnevale ricorda quelle antiche bardanas: fino a qualche decina di anni fa erano solo alcune dozzine di ragazzi ad imbrattarsi il viso col zinziveddu (polvere di sughero bruciato), e lo facevano il mercoledì delle ceneri (mehuris de lessia) quando il resto del paese era tutto in chiesa a cospargersi il capo di cenere per purificarsi dai bagordi dei giorni precedenti. Questi ragazzi sfidavano ogni regola della società chiusa di allora e, irriconoscibili col volto tutto nero, entravano nelle case a chiedere fiaschi di vino, salsicce, dolci, accolti però senza alcuna ostilità in quanto su prugadoriu (offrire cibarie a chi ne aveva bisogno) era allora un dovere sacro. Il «bottino» raccolto era infine portato nella piazza dove veniva offerto ai passanti, e si faceva baldoria fino a notte.

Col tempo su mehuris de lessia è diventato a Ovodda il giorno culminante del carnevale, ed è stata spostata da martedì a mercoledì anche l’uscita di Don Conte, il pupazzo locale che viene condotto in giro per il paese su un carretto trainato da un asino, esposto al ludibrio pubblico e infine bruciato e gettato in una scarpata. Ovodda è uno dei pochi paesi dove il pupazzo rappresenta esplicitamente il potente oppressore, ricordo forse di qualche rivolta antifeudale. Ma il fatto più notevole è che quest’evoluzione del carnevale ovoddese è avvenuta spontaneamente, fino ad arrivare agli attuali livelli di massa, seguendo l’evoluzione del costume sociale in genere, diventato più aperto e «scristianizzato». Furono infatti le ragazze, negli anni sessanta, che presero di loro iniziativa ad annerirsi il viso e a mescolarsi con i ragazzi, cui si aggiunsero in breve anche gli anziani; oggi, ormai, tutti quelli che escono per strada vengono pitturati, nonostante le proteste, mentre vari gruppetti di persone, oltre quello principale col Don Conte, girano per tutti i rioni danzando e facendo gran baccano. Di sera, quando tutti si ritrovano in piazza per il rogo finale, il caos è indescrivibile, e tutti sono protagonisti, né vi sono più differenze di età o di stato sociale, per cui c’è veramente un «sabba» liberatorio che coinvolge tutti.

Un riscontro col significato delle maschere ovoddesi si ha nella tradizione de is cassadas (le cacce) presente in alcuni paesi della Sardegna meridionale (molto numerose sono quelle di Sinnai), in cui i partecipanti si dividono in cacciatori e selvaggina, tutti col viso imbrattato. Tornando in Barbagia, troviamo nuovamente il riscontro fra carnevale e caratteristiche antropologiche del paese a Tonara, dove si svolge il Coli-Coli: Tonara è un paese considerato da sempre molto aperto ed estroverso, ed a carnevale vengono presi di mira non i peccati in generate, bensì le malefatte di qualche personaggio malvisto in paese, e recentemente anche dei politici italiani. Il difetto del Coli- Coli è che non può nascere spontaneamente, ma ha bisogno di un apparato organizzativo notevole e di molti soldi, perché la «messinscena », che sì avvicina a quella di certi mistères medioevali, dev’essere la più realistica possibile. È successo, così, che il Coli-Coli è servito a qualcuno (che ha investilo parecchi soldi suoi nell’impresa) per far fuori un suo avversario politico; farlo fuori significa cacciarlo letteralmente, perchè essere bersaglio di un Coli-Coli ormai significa aver chiuso col paese. E con questo speriamo di aver capito e fatto capire qualcosa dei segreti del carnevale sardo.

 

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