Meglio premunirsi. Prima che la logica mercantile, geopolitica e “spettacolare” finisca con lo svuotare definitivamente, oltre a quello di ecologia (ridotta a espediente, inganno pubblicitario) anche il concetto di autodeterminazione dei popoli. Sia con l’indipendentismo “a geometria variabile”, sia con le evidenti strumentalizzazioni a cui in questi giorni stiamo assistendo (Erdogan docet).
Parliamone quindi ricordando che un tempo i popoli insorgevano. Per rivendicare giustizia e libertà, per scrollarsi di dosso colonialismi vecchi e nuovi.
Anche nella vecchia Europa. Se alcune lotte rimangono storicamente emblematiche, a futura memoria (come Irlanda e Paesi Baschi), non è stata certo irrilevante quella condotta dalla popolazione di una piccola isola alla deriva nel Mediterraneo, la Corsica.
Una lotta quella dei corsi, non dimentichiamo, di avanguardia anche per quanto riguarda la difesa del patrimonio ambientale. Purtroppo le cose sembra stiano per cambiare. E non in meglio.
Se ancora nel 1989 il compianto Yves Stella (ci ha lasciato nel 2012 all’età di 69 anni) poteva rivendicare con orgoglio che “è sotto gli occhi di chiunque che è soprattutto merito della Resistenza, del movimento clandestino se oggi le nostre coste non sono ridotte come quelle della Sardegna”, dubito molto che oggi potrebbe dire la stessa cosa. 1)
Del resto appare ormai evidente come il turismo, magari ammantato di “sostenibilità”, contribuisca attivamente a disgregare territori, culture e tradizioni… arrivando anche dove la repressione si era dovuta arrestare.

Yves Stella.

Oltre al turismo, un altro elemento disgregante – peraltro in simbiosi – è sicuramente la globalizzazione. Emblematico l’episodio di qualche anno fa quando venne intercettata una nave proveniente dalla Cina con un carico di… magliette bianche con il logo del flnc sovrapposto a un miliziano incappucciato e armato. Dalla Cina, non so se mi spiego. Presumo per la manodopera a buon mercato, non certo per solidarietà internazionalista.
Un inciso. In tutti questi anni a far conoscere e alimentare le battaglie condotte dai corsi ha senz’altro contribuito la periodica scadenza delle Ghjurnate Internaziunale di Corti. Un’occasione di confronto per quelli che, almeno nel secolo scorso, erano conosciuti come movimenti di liberazione. Come il Sinn Fein irlandese, la basca Herri Batasuna, il flnks (Front de Libération Nationale Kanak et Socialiste) della Nuova Caledonia, la Crida a la Solidaritat catalana, l’upgl della Guadalupa, magari nel suo piccolo anche l’Union Valdotaine (quella di un tempo, beninteso).
Superfluo poi chiedersi (come mi era capitato di sentire da qualche partecipante che nelle pause evidentemente avrebbe gradito frequentare la spiaggia e tuffarsi tra le onde) perché si svolgessero qui a Corti, “sperduta tra monti” (in faccia alle impervie Gole del Tavignano), e non in qualche rinomata località turistica come Bastia o Bonifacio.

La cittadella di Corte/Corti (foto RCS/Etnie).

La ragione appare ovvia a chi conosca minimamente la storia dell’isola di granito.
Non solo Corti rappresenta la capitale tradizionale della Corsica, ma proprio l’interno, la “montagna” costituiscono i luoghi emblematici, depositari della cultura, tradizione e resistenza dei corsi.
Dal mare invece sono sempre giunte le invasioni a cominciare da quelle dei mitici “torreani”.
Il popolo corso, combattivo e fiero della propria indipendenza, trovò nei monti una naturale fortezza per resistere e preservare la propria identità. Questo non significa che la “costa” non abbia svolto una funzione indispensabile nell’economia e cultura complessiva della nazione corsa. Per esempio le “terre paludose e malariche” che i “piedi neri” francesi si vantano di aver bonificato (magari disboscando la macchia con le impietose ruspe) e “valorizzato” (prima con le piantagioni, poi con la speculazione turistica) fornivano gli indispensabili pascoli invernali alle numerosissime greggi, fondamento dell’economia isolana, in tempi recenti più che dimezzate.
Nel passato quindi la costa era in rapporto organico con il resto del territorio molto più che allo stato attuale, sfruttata e colonizzata generalmente da espropriatori “foresti”. Senza comunque volersi soffermare troppo sul cliché della “Corsica autentica, ancestrale, caratteristica…” dell’interno (come da depliant turistici) in contrapposizione al cosiddetto “est modernizzato”.
Quanto ai primordi della storia corsa, gli esperti ritengono che si dovrebbe risalire almeno fino al 6000-6500 a.C. per ritrovare insediamenti umani stabili e significativi. Di cui nel sud-est rimangono tracce consistenti.
Monumenti megalitici di svariata foggia e misura si trovano a Cauria (dolmen), a Palaggiu (menhir in gran numero, un’autentica Karnak corsa) e Filitosa (stele antropomorfe). Proprio a Filitosa convivono manufatti eretti in epoche successive da diversi gruppi umani insediatisi nella zona.

Altipiano di Cauria: aliniamentu d’I Stantari (foto RCS/Etnie).

I primitivi pastori si limitarono a dei monoliti non scolpiti mentre i loro discendenti raffigurarono in maniera stilizzata gli invasori “torreani” (da queste statue si può dedurre che i nuovi venuti erano armati di spade gigantesche).
Infine gli stessi torreani, un popolo di marinai-guerrieri, qui lasciarono segni tangibili: le “città” (villaggi fortificati), vere e proprie fortezze megalitiche.
Talvolta possono sorgere dubbi in merito a questioni più o meno peregrine. Per esempio: si sa che vengono chiamati “torreani” da torres. Tuttavia la costruzione di torri era quasi sicuramente opera dei nativi onde sfuggire alle pratiche predatorie di questi tremendi razziatori d’oltremare. I quali erano già approdati all’Età del Bronzo mentre i poveri autoctoni vagavano ancora per le plaghe del neolitico o giù di lì.
Anche questo si può dedurre dall’osservazione attenta delle statue-menhir. È quantomeno indicativo che dei personaggi raffigurati con spade siano stati scolpiti senza usare strumenti in metallo.
Comunque, oltre alle “città” la civiltà torreana (che per alcuni studiosi risalirebbe al 3500 a.C. mentre altri, più prudentemente, la collocano tra il 1500 e il 1000 a.C.) ci ha lasciato alcuni monumentali luoghi di culto, sempre nella parte meridionale dell’isola.
Andrebbe tutto intero, o quasi, a questa prima serie di invasioni il merito della “rivoluzione culturale” con cui nuclei consistenti di autoctoni abbandonarono (temporaneamente?) usi e costumi “bucolici” (agro-pastorali) per quelli più rudi di una civiltà guerriera. Inoltre le invasioni determinarono consistenti spostamenti di popolazioni verso nord e verso l’interno. Una traccia evidente di queste migrazioni sarebbero appunto i ruderi di numerosi torri di difesa (sul tipo dei nuraghi o dei talaiots delle Baleari) disseminate lungo il loro percorso.
A questo periodo farà seguito l’Età del Ferro il cui inizio in Corsica dovrebbe cadere intorno al 1000 a.C., secolo più, secolo meno.

Altipiano di Cauria: dolmen (foto RCS/Etnie).

Presumibilmente durante il VI secolo a.C. (le cronache del tempo indicano l’anno 564 a.C.) i greci fondarono Alalia, la futura Aleria, e – anticipando i “piedi neri” – colonizzarono la costa orientale.
Seguirono ulteriori tentativi di penetrazione da parte di fenici, cartaginesi, eccetera, ma con scarso successo: la fiera resistenza degli isolani riusciva a tenerli a bada.
Tutto questo interessamento nei confronti di “Kyrnos” era dovuto principalmente alla sua posizione di collegamento naturale tra le sponde meridionali e settentrionali del Mediterraneo.
L’impresa che non era completamente riuscita ad altri doveva apparire relativamente facile agli arroganti romani, sbarcati verso la metà del II secolo a.C., ma presto anch’essi si videro costretti a fare i conti con la bellicosa tempra degli indigeni. Quella che era apparsa come una “passeggiata oltremare”, la conquista dell’isola divenuta ormai per sempre “Corsica”, si protrasse per almeno un secolo, dal 259 al 162 a.C.
La nuova “provincia”, con capitale Aleria (ex Alalia) sarà retta, almeno in teoria, direttamente dall’imperatore. Al solito i turbolenti corsi non mancarono di creare problemi. In proposito invito a consultare la fondamentale opera di Goscinny e Uderzo, Asterix in Corsica, Panini Comics (per correttezza riporto che da alcuni indipendentisti veniva classificato come un subdolo esempio di paternalismo neocolonialista).
È poi d’obbligo un accenno al più illustre tra i cittadini romani che beneficiarono del clima corso, il filosofo Seneca qui esiliato per aver sedotto Giulia, nipote dell’imperatore Claudio. Recidivo, costrinse alcuni pastori a intervenire energicamente per frenare gli slanci eccessivi del vecchio satiro nei confronti delle adolescenti del posto. Per raffreddarne i bollori senili, in rispetto alle tradizioni locali, venne fustigato a sangue con le ortiche.
I romani comunque completarono alla grande l’opera di sfruttamento iniziata dai Greci: estrazioni di minerali nell’interno, piantagioni sulla costa orientale, produzione di sale, pesca…
Naturalmente questo comportò un processo di assimilazione culturale e linguistica da parte delle popolazioni soggette che aprì la strada alla successiva penetrazione del cristianesimo.
Dopo i romani – irrimediabilmente e meritatamente decaduti – si susseguirono vandali, ostrogoti, bizantini, longobardi… finché, nel 755 d.C., Pipino il Breve non trovò niente di meglio che farne dono al papa.
Soggetta alle incursioni degli arabi, l’isola – come se non bastasse – vide ulteriormente incentivata la sua “vocazione” (indotta forzatamente) a diventare terra predestinata per confinati ed esiliati.
Aggiungiamo qualche epidemia e tanta miseria, e si potrà facilmente comprendere perché un gran numero di corsi si vide costretto a emigrare (usanza poi conservata a lungo).

Il medioevo

Durante gli anni compresi tra il 1077 (caratterizzato dall’inasprirsi del contenzioso tra papa Gregorio VIII e l’imperatore Enrico IV, anch’egli ben determinato a far valere le sue pretese sull’isola) e il 1284 (battaglia della Meloria) l’infelice Corsica venne saltuariamente affidata, spartita e contesa tra Genova e Pisa.
Inizialmente fu di buon auspicio l’operato del vescovo pisano Landolfo, che riuscì a ristabilirvi l’ordine amministrativo permettendo all’economia di decollare. I corsi stessi presero parte attiva a quella che qualche storico ha definito “radicale ricomposizione e ristrutturazione sociale”.
Perno di questa sorta di rinascimento corso fu la rivalutazione della “pieve”, intesa come forma di autogoverno dal basso, con rappresentanti eletti dai municipi (“consulta”).
Attorno a questa ricomposizione della comunità trovò modo di organizzarsi anche la diffusa ostilità dei corsi nei confronti delle ingerenze genovesi. La città ligure avrebbe preteso di esercitare la propria egemonia attraverso una rete di feudatari intermediari, alquanto mal sopportati dal popolo.
Genova comunque non intendeva demordere, forte del fatto che la spartizione dell’isola era stata precedentemente concordata con Pisa stessa (senza naturalmente interpellare i diretti interessati).
Con le sue pressioni ottenne un primo tangibile risultato nel 1133, quando papa Innocenzo II si rassegnò a concedere la creazione di nuove sedi episcopali. Concentrate nel nord dell’isola, saranno rilevate da prelati filogenovesi.
Non ancora soddisfatta, Genova volle occupare con le sue truppe anche Bonifacio (nell’estremo sud). Sarà comunque la battaglia della Meloria (1284) a decidere il destino della Corsica: cadere sotto il completo dominio ligure.

Le occupazioni non finiscono mai

Via uno, soto n’altro”, recita un antico proverbio veneto (apocrifo?). Concetto applicabile alle vicissitudini del popolo corso. Questo aveva astutamente approfittato dello scontro tra le due repubbliche marinare per rafforzare la propria autonomia. Venne così esteso a tutto il territorio quel sistema rappresentativo che si era mostrato come il più congeniale e connaturato alle tradizioni locali. I vari feudatari, legati a Genova, venivano ulteriormente esautorati, perdendo ruolo e prestigio.
Si ripeteva così lo schema già sperimentato con torreani, greci, romani…
Infatti anche i genovesi si videro in breve tempo costretti ad acquartierarsi lungo la costa, restandosene per lo più rinserrati nelle loro fortezze. Quanto ai corsi, controllavano sempre l’interno, la “montagna” (vale a dire il 70% circa del territorio). Inoltre la loro sopravvivenza, come quella della loro cultura e identità, veniva assicurata da un ulteriore sviluppo della tradizionale economia agro-pastorale.
Anno 1297: memore dei suoi mai abrogati “diritti”, papa Bonifacio VIII (notoriamente dedito alla simonia, alla compravendita di “cose sacre”, popoli e nazioni compresi) “concede” la Corsica a Jaume II, titolare all’epoca della corona catalano-aragonese. Le conseguenze più dolorose di questa ennesima transazione saranno le profonde lacerazioni prodotte all’interno della comunità autoctona.
Grosso modo si andranno definendo due “partiti”: i corsi della montagna (generalmente favorevoli a Jaume, sia pure senza particolare entusiasmo) e i corsi dell’est, dove prenderà forma e consistenza un movimento filo-genovese (anche se considerava la “protezione” genovese come transitoria). Contraddizione genera contraddizione, e sarà proprio da tale fazione, dalle flebili, discutibili simpatie genovesi, che sortiranno progetti politici di natura “rivoluzionaria” (stando ai parametri dell’epoca almeno; siamo in pieno XIV secolo).
Profeticamente Sambuccio d’Alando dichiara di voler combattere nientemeno che per l’indipendenza della Corsica. La contemporanea istituzione delle “terre comuni” di proprietà pubblica rende il progetto alquanto plausibile, concreto. Fornendogli una saldatura materiale con i bisogni immediati, essenziali della popolazione.
Praticamente saranno le assemblee dei cittadini a gestire i beni comuni, attraverso delegati periodicamente eletti.
Ma “può forse la gioia soggiornare a lungo nella casa del povero?”.
La pur relativa autonomia, sorretta da una maggiore giustizia sociale, non poteva durare a lungo.
Di fronte a un clima di inequivocabile ostilità diffusa, condito da uccisioni dei suoi rappresentanti, il sovrano catalano del momento, Alfonso IV, aveva rinunciato alle mire del suo casato sull’isola.
Anche il papa Nicola V decideva di passare la mano. E a chi se non a Genova che altro non aspettava?
Mentre la Corsica rimane politicamente divisa, interviene con cospicui investimenti il Banco di San Giorgio. Investimenti che non mancheranno di produrre effetti anche positivi (in particolare nell’agricoltura), ma con il contraltare di una dura politica repressiva, in grado di stroncare sul nascere ogni conato di ribellione.
23 agosto 1553: l’eroe nazionale Sampiero Corso, colonnello dell’esercito francese, sbarca con l’esplicito intento di “disarticolare l’egemonia del Banco di San Giorgio”. Verrà tuttavia sconfitto nientemeno che da Andrea Doria. Preoccupata per la sua “proprietà” e per i suoi investimenti, Genova riprende direttamente in mano l’amministrazione insulare – momentaneamente affidata al Banco – e scatena una ulteriore feroce repressione contro i refrattari isolani. Quanto alla sua politica coloniale, si riduce a mero sfruttamento.
Fatalmente, per il noto principio della termodinamica, questo comporterà un innalzamento del livello di scontro.

Il periodo rivoluzionario

Nel periodo compreso tra il 1726 e il 1769 si registrano numerosi tentativi insurrezionali di un certo rilievo.
Come già accennato, la politica genovese (ufficialmente di “riunificazione”) ormai consisteva solamente nell’esproprio sistematico e organizzato delle terre, soprattutto quelle utilizzate dai pastori, e delle risorse. Viene inoltre volutamente riattivato il “clanismo” sotto forma di pura e semplice rete clientelare. Pur riconoscendo che si assiste anche a un certo sviluppo economico di cui comunque non potranno beneficiare le classi subalterne corse.
E proprio quel loro misero tenore di vita produrrà l’innesco per la rivolta di lunga durata del 1729.
Come da manuale, i borghesi locali (in parte collusi con il potere genovese, quasi una “borghesia compradora”) riescono in breve tempo a mettersi alla testa del popolo. Blaterando a sproposito di una generica “liberazione nazionale”, riescono a recuperare la rivoluzione svuotandola degli indispensabili contenuti socio-economici.
12 marzo 1736: sbarca sull’isola un “gentiluomo di ventura” di origini tedesche, tale Theodoro di Neuhoff. Il viaggio gli era stato offerto (non certo disinteressatamente) dalla marina britannica, insieme a un consistente carico di armi e polveri.
In breve tempo, e nonostante l’opposizione di borghesi e notabili corsi, egli organizza un efficiente esercito popolare (do you remember Queimada?) che mette alle strette l’occupante genovese.
Nel 1738, nell’impossibilità di reprimere la rivolta con le sue sole forze, Genova chiede di intervenire alla Francia. Che non si farà certo pregare! Temendo un espandersi dell’influenza inglese, sbarca in Corsica e sconfigge l’armata degli insorti. Dopodiché – almeno per stavolta – se ne ritorna educatamente sul continente.
A Genova non rimane che completare l’opera dei francesi, “ripulendo” con le forche l’isola da ogni rivoltoso e “bandito”. Le truppe francesi ritorneranno, sempre su richiesta di Genova, nel 1745, dopo un’invasione congiunta anglo-austro-sarda.
Ma stavolta, sconfitto il nemico, rimarranno in Corsica nonostante i reclami genovesi.
L’assassinio di un leader vagamente fautore dell’indipendenza (nel 1753, su commissione dei genovesi) non ottiene l’effetto deterrente sperato. Al contrario scatena un’estesa sollevazione di natura autenticamente – questa sì – indipendentista.
E ancora una volta le truppe di occupazione liguri dovranno rientrare nelle loro fortezze costiere.
In breve gli eventi precipitano. Si forma un direttorio presieduto da Clemente Paoli che si appella al fratello Pasquale al momento in esilio pregandolo di rientrare. Nel luglio 1755 la “consulta” di Casablanca investe di tutti i poteri Pasquale Paoli, dando inizio al suo generalato.

La costituzione paolina

Con ogni probabilità il progetto costituzionale di Pasquale Paoli rappresenta per l’epoca una delle più alte espressioni di Stato democratico moderno.
Mentre l’intera Europa sopportava il giogo delle varie dittature monarchiche, in Corsica si andava delineando un assetto politico fondato sul voto, sul suffragio a tutti i livelli. Gli abitanti dei paesi eleggevano i loro rappresentanti, che a loro volta eleggevano i loro delegati a livello di cantoni (chiamati ancora “pievi” e costituenti le regioni naturali dell’isola).
Così di seguito, sempre rispettando lo stesso sistema elettivo, fino all’Assemblea Nazionale. Emanazione diretta di questa era appunto il generale in capo del popolo, Pasquale Paoli.
La breve stagione paolina rimarrà nella memoria dei corsi come un momento caratterizzato da scelte per l’epoca assai radicali: in particolare per il grande rispetto per i diritti umani e per la pietra miliare del voto alle donne.

Pasquale Paoli.

D’altro canto, consapevole che la politica non è altro che la prosecuzione della guerra con altri mezzi, Paoli tenterà di mettere la sua patria nella condizione di difendersi dall’eccessivo interesse dimostratole dalle superpotenze del tempo. Per questo, oltre che di un esercito, ritiene indispensabile dotarsi anche di una marina. Ma soprattutto costituisce un’armata popolare formata da cittadini-soldato mobilitati in ogni villaggio, anche il più sperduto. In caso di invasione la resistenza avrebbe visto imbracciare le armi tutti gli uomini dai 16 ai 60 anni.

La battaglia di Ponte Novu

Per la prima volta inoltre la Corsica si fregiava degli attributi di un’autentica sovranità quali una stamperia nazionale, una moneta corsa, eccetera.
Contro questa notevole e forse “contagiosa” esperienza democratica (per quanto a un certo punto autolimitata dal ruolo assuntovi dai notabili), Luigi XV decide di inviare le sue truppe, circa 35mila uomini, annientandola a Ponte Novu nel maggio 1769.
A questo punto la Corsica perde definitivamente la sua agognata indipendenza e viene annessa alla Francia; dato che i precedenti padroni, i genovesi, non essendo più in grado di dominarla, l’avevano venduta (letteralmente) al re francese.
Inizia così una ennesima fase di durissime repressioni: ogni tentativo di resistenza viene tacciato di “banditismo” e trattato di conseguenza. Si perde il conto delle esecuzioni sommarie e diversi paesi vengono completamente distrutti. Si registrano rappresaglie e massacri di intere comunità (come a Niolu, dopo una rivolta).
In molti casi gli abitanti vengono deportati, il bestiame sterminato, i raccolti incendiati… in stile generale Cialdini.
Quanto ai patrioti sfuggiti ai fucili francesi, per loro è già pronta e allestita la forca.
Vengono invece favoriti quei notabili che si dimostrano servilmente disposti a collaborare (per esempio permettendo ai giovani di “buona famiglia” di completare i loro studi sul continente dopo la chiusura manu militari dell’università istituita da Paoli a Corti).
Tale sistematica opera di alienazione culturale, di distruzione della memora storica sarà decisiva nell’indurre i giovani corsi a desiderare soprattutto l’assimilazione, a volersi integrare come funzionari dello Stato francese.
Dal 1817, con una serie di misure economiche squisitamente coloniali, vengono tassate tutte le merci e tutti i prodotti che escono dall’isola. In “compenso” vengono esentati da ogni aggravio tutti quelli che vi entrano provenienti dall’Esagono.
Con questi decreti, rimasti in vigore per circa un secolo, l’economia corsa venne praticamente annichilita dall’invasione di prodotti stranieri (un piccolo nafta ante litteram). Per la popolazione isolana non si aprivano altre prospettive che quella di una emigrazione massiccia e costante.All’esodo si aggiunsero poi i circa 40mila corsi morti durante il primo conflitto mondiale.
Gli stessi interventi di natura assistenziale furono congegnati in modo da favorire una capillare rete collaborazionista (la medesima del clanismo), non certo la rinascita della Corsica.
Tra le due guerre tra i corsi (ormai stranieri in casa propria, sia da un punto di vista linguistico che culturale) erano apparsi minoritari ma significativi, per quanto sporadici, atteggiamenti filo-italiani.
In ogni caso quando l’esercito italiano e quello tedesco invasero l’isola nel 1941, la maggioranza si darà alla “macchia”. In pratica il battesimo del fuoco per quello che passerà alla storia come il maquis, la resistenza francese.
A guerra finita, nonostante il notevole contributo dei corsi alla liberazione, si andrà accentuando la tendenza colonizzatrice. L’emorragia migratoria intanto proseguiva impietosamente. Nel 1954 la popolazione corsa non raggiungeva nemmeno i 180mila abitanti.
Successivamente il governo parigino aveva provveduto a elaborare e varare una serie di programmi economici per risanare l’economia corsa ormai in pieno sfacelo. Peccato che a trarne maggior beneficio saranno i pieds-noirs (i “piedi neri”, classificati talvolta come “immigrati di lusso”) insediati nella piana orientale e provenienti dalle colonie africane, Algeria in particolare, che avevano riacquistato l’indipendenza.
Egualmente in tempi più recenti saranno soprattutto le multinazionali, non solamente francesi, a beneficiare dello sviluppo turistico degli anni settanta.
La formula tout tourisme, oltre che deleteria per l’ambiente, risulterà insignificante rispetto al cronico problema della disoccupazione diffusa. Ai corsi andavano pochi posti di lavoro stagionale, saltuario e mal pagato, mentre si rafforzava la condizione di “zona di consumo” per cui l’isola era costretta a importare tutto ciò di cui necessitava.
Ma poi nel 1976, come conseguenza degli eventi di Aleria dell’agosto 1975, sorgerà il flnc, come vedremo nella seconda parte.

N O T E

1) Su Yves Stella, vedi “Etnie” qui e qui.