I fedeli ibaditi della valle dello Mzab, in Algeria

Filed in algeria, autonomismo, berberi, etnismo by del 22/02/2019
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Il Sahara algerino, uno dei deserti più caldi e aridi del mondo, copre un’area di oltre due milioni di chilometri quadrati e si estende dai monti dell’Atlante Sahariano fino ai confini del Mali, del Niger e della Libia. Ha un’estensione di oltre duemila chilometri. Questo vasto territorio è formato da nove wilayates (distretti) con una popolazione stimata in tre milioni e mezzo di abitanti di etnia berbera. I berberi sono una popolazione europoide dell’Africa settentrionale, che essi chiamano Tamazgha. 1) Sembra che almeno fino all’età del bronzo (circa 1200 a.C.) tra le popolazioni berbere fosse piuttosto diffusa la depigmentazione, cioè l’albinismo e il biondismo come carattere genetico, documentata anche da pitture rupestri del Tassili e in iscrizioni egiziane.

ibaditi valle dello mzab

Gli ibaditi rappresentano una setta musulmana di etnia berbera, l’unico ramo sopravvissuto dei kharigiti; fondata da ‛Abd Allāh ibn Ibā al-Murrī, fiorì in Mesopotamia nell’VIII secolo, periodo durante il quale essi conquistarono l’Oman penetrando nell’Africa settentrionale, dove fondarono vari piccoli Stati. Oggi gli ibaditi costituiscono la componente maggioritaria dell’islamismo in Oman. Altri nuclei importanti si trovano nella valle del Mzab in Algeria, sull’isola di Gerba in Tunisia e a Gebel Nafūsa in Libia. Rifiutano ogni forma di fanatismo e predicano la pratica rigorosa dell’islam originario. Considerati eretici dagli altri musulmani, gli ibaditi si rifugiarono nella valle dello Mzab e distinguono ancora oggi per il loro rigorismo: basta un’azione peccaminosa per essere cacciati dalla comunità dei fedeli.
Attualmente gli ibaditi in Algeria sono diventati il collettore di nuove istanze indipendentistiche. Si ritengono minacciati in casa loro: oggi infatti, dopo secoli di isolamento, la valle dello Mzab vede la compresenza di svariati gruppi etnici. Non solo ibaditi ma arabi e nordafricani: purtroppo si assiste anche all’infiltrazione del terrorismo di matrice islamica, ben presente in tutto il Nord Africa e nel Sahel.
Il Movimento per l’Autonomia della Cabilia (Mouvement pour l’Autonomie de la Kabylie), ramo dell’islam ibadita, ha richiesto in passato addirittura un intervento da parte della Francia per dare maggiore vigore alla sua richiesta di autonomia. Le rivendicazioni del MAK rientrano in un più vasto movimento indipendentista di tutta l’etnia berbera.
Nell’arte musulmana la decorazione delle moschee appare come una tradizione ancestrale. In realtà quest’arte di arricchire i luoghi di culto islamici, che risale alla dinastia degli Ommayadi  (661-749), non trae fonte dall’islam delle origini. Numerose tradizioni (hadith) riferiscono infatti che il Profeta rigettava il lusso e si accontentava dello stretto necessario. Prima della fine del IX secolo i luoghi di culto musulmani avevano infatti facciate anonime che non indicavano nemmeno la destinazione d’uso degli edifici, essendo i muri prima di ogni altra cosa destinati a separare dal mondo esterno lo spazio riservato ai fedeli. La semplicità primordiale della moschea si è in seguito evoluta sotto l’influenza del classicismo persiano e bizantino. Le prime conquiste territoriali fecero conoscere agli arabi un modo di vivere lussuoso che le loro origini nomadi ignoravano. Gli ibaditi furono il terzo gruppo di musulmani a fianco di sunniti e sciiti, e si distinsero per il loro rispetto dell’islam delle origini, fattore che testimonia inequivocabilmente la loro architettura tradizionale (cui si ispirò lo stesso Le Corbusier).
Le prime costruzioni dello Mzab risalgono all’XI secolo e si distinguono per la totale assenza di decorazioni. Ciò è dipeso essenzialmente dagli ibaditi, visto che la loro dottrina disapprova totalmente l’ostentazione della ricchezza. Tombe e moschee, anche se dedicate a personaggi celebri, restano sobrie e modeste come le altre, visto che gli ibaditi si sforzano di mantenere una perfetta uguaglianza tra tutti i credenti e membri della comunità. Malgrado abbiano accumulato nei secoli ingenti ricchezze col commercio marittimo e trans-sahariano, essi adottano tuttora modesti stili di vita. I loro luoghi di culto rimangono senza decorazioni, in quanto a loro giudizio la relazione con Dio deve rimanere la più semplice possibile. Al loro interno le sale di preghiera presentano nude pareti bianche che permettono di stringere un rapporto privilegiato con Allah.
Le moschee ibadite sono realizzate su scala umana e concepite per una relazione intimista col divino. La ricerca di austerità procede di pari passo anche nei campi dell’urbanistica e dell’artigianato. Così anche i cimiteri riproducono i costumi funebri praticati dagli islamici all’epoca del Profeta. Solo delle piccole pietre individuano se il defunto è uomo oppure donna, e con esse frammenti di vasellame. Nelle regioni ibadite i luoghi di culto presentano inoltre spesso diversi mihrab. In caso di ampliamento delle sale di preghiera, agli ibaditi infatti ripugna distruggere i mihrab preesistenti. In genere i mihrab degli Ibaditi sono totalmente privi di decorazioni, la maggior parte dei semplici segni utilizzati appartengono al repertorio iconografico della tradizione berbera e si possono facilmente ritrovare anche nelle pitture rupestri, nei tatuaggi, nei gioielli e nel vasellame. Anche i minareti si differenziano dal resto del mondo islamico per la loro forma piramidale.

ibaditi valle dello mzab

Il mihrab è la nicchia interna alla moschea posta in direzione della Mecca.

Simone De Beauvoir, nel suo La forza delle cose, definisce Ghardaia come “un dipinto cubista splendidamente costruito”. Questa cittadina è il cuore della pentapoli ibadita. Si tratta di un importante centro di produzione di datteri, di fabbricazione di tappeti e tessuti. La città è divisa in tre settori: al centro sta la zona storica mozabita, con una moschea dal minareto piramidale e una piazza porticata. Le case, colorate di bianco, rosa e rosso, sono costruite con sabbia, argilla e gesso, e hanno terrazze e portici.
Camminando nelle strette vie tortuose delle cittadine della pentapoli ibadita della valle dello Mzab, si osservano le donne uscire dalle porte delle loro case. Avvolte nelle vesti completamente bianche assomigliano a fantasmi: è strettamente vietato fotografarle. Isolate o a piccoli gruppi, camminano velocemente rasentando i muri delle case. Sono furtive presenze che scompaiono silenziose. La donna maghrebina intrappolata sotto la sua haik (che le nasconde il volto e la visibilità dell’intero corpo) è un vecchio cliché della letteratura coloniale. Questa figura di claustrazione femminile dell’islam ha affascinato gli etnologi del XIX e XX secolo. Nelle donne mozabite che abitano la Pentapoli ibadita l’haik è completamente privo di merletti o ricami come nel velo di Algeri (ajar). L’haik è di lana spessa, senza eleganza e presenta grandi dimensioni: 4 metri per 1,40.

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Gli ibaditi non lo chiamano haik, che è una parola araba, bensì ahouli en tumzabt, un termine berbero. Chi lo indossa si drappeggia in modo da coprire completamente il corpo, lasciando scoperto solo un occhio per una superficie dai due ai tre centimetri. Questo ahouli delle donne mozabite restringe drasticamente il campo visivo, lasciando peraltro solo una mano libera in quanto l’altra serve per tenere il drappo. Il corpo femminile risulta pertanto doppiamente ostacolato nel movimento, molto più del niqab saudita annodato dietro la testa, che lascia comunque entrambi gli occhi scoperti senza influenzare il campo visivo o l’uso delle mani. L’ahouli ibadita rappresenta così un evidente ostacolo per la donna quando essa si muove negli spazi pubblici. Possiamo pensare per analogia ai piedi delle donne cinesi prima della rivoluzione del 1911, al corsetto, ai tacchi a spillo, tutti quegli accessori tradizionali che ostacolano la mobilità della donna mettendola in uno stato di inferiorità fisica.
L’andamento serpeggiante delle donne mozabite contribuisce inoltre a rendere le loro figure simili a fantasmi che si aggirano tra i vicoli stretti e tortuosi della Pentapoli mozabita, pensati anticamente per minimizzare la pericolosità degli attacchi dei nemici. Le donne mozabite si proteggono non solo dagli sguardi maschili ma anche da quelli femminili. Amélie-Marie Goichon ha notato che le ibadite, a differenza delle arabe, non andavano al bagno turco, preferendo al contrario lavarsi in casa. Questa regola è ancora rilevante nello Mzab a causa del divieto per la donna ibadita di mostrare il suo corpo nudo a un’altra donna: il divieto nasce sicuramente nel mondo islamico,  non solo ibadita, ma oggi esso appare poco rispettato tra i sunniti in generale, mentre permane negli ibaditi.
La rigida separazione dei sessi si riflette anche nell’architettura mozabita. La casa è progettata per evitare sempre il contatto tra la moglie e i suoceri/cognati (il sistema è patrilocale 2) ). Vengono istituiti codici per il rilascio dei passaggi onde scongiurare qualsiasi incontro sconveniente nella stessa stanza. Le case ibadite più antiche non hanno finestre che guardano verso l’esterno, ma solo un buco sopra la porta dal quale la donna può osservare l’identità di chi bussa. Ed è soprattutto il cognato che deve denunciare la sua presenza quando arriva dall’esterno. Prima di entrare, egli lancia la parola abrid, che significa nel linguaggio berbero dello Mzab “dammi il passaggio”.
Questo estremo isolamento delle donne mozabite è stato a lungo un enigma per gli etnologi dell’epoca coloniale che hanno cercato di entrare in contatto con questa parte invisibile del società, cioè con l’universo femminile della valle dello Mzab. All’epoca, due donne francesi hanno provato a farlo avvicinandosi alle donne mozabite: Jean Apple Rol (Lucie Guénot) e Amélie-Marie Goichon incontrarono enormi difficoltà a trovare donne ibadite dello Mzab che parlassero delle loro abitudini.
La vita quotidiana dei mozabiti è tutta contemplata nel corpo di norme governato dagli azzaba, i religiosi con potere decisionale. Poco margine viene lasciato alla libertà individuale. Ogni aspetto della vita di tutti i giorni è pensato e fissato da questo ordine basato sulla shura (azione concertata) modellata sui primordi dell’islam. Il sociologo Zineb Sekkouti conferma che nella valle dello Mzab sono gli azzaba a decidere tutto, hanno il potere assoluto. Il controllo sociale è molto forte su alcuni argomenti tabù, come per esempio l’ahouli o la circoncisione. Gli ibaditi seguono ciò che la moschea ha deciso. Il matrimonio è scrupolosamente regolato dall’assemblea degli azzaba. Gli ibaditi sono particolarmente severi, specialmente in materia di sessualità, con una particolare ossessione per il sesso al di fuori del matrimonio.
Il principio degli azzaba è quello di evitare disparità tra i matrimoni dei ricchi e quelli dei poveri. Il divorzio spesso permette alle donne ibadite di ottenere la libertà di movimento, così come ilmatrimonio poligamico. Le donne ibadite divorziate ritrovano la libertà, anche se tornano a vivere con i loro genitori. Una donna ibadita rimane libera se si sposa con un poligamo poiché è proprio lei a imporgli le sue condizioni. Alcune, quindi, preferiscono la poligamia per mantenere il proprio grado di libertà di movimento e costruire così anche una carriera professionale. Si conoscono medici donne nello Mzab ibadita che hanno scelto di essere la seconda moglie del loro marito proprio per esercitare la professione.
Oggi nello Mzab le ragazze non esitano a lasciare la valle per studiare. Seguono la modernità, ma al contempo salvaguardano la tradizione. Tuttavia, molti genitori conservatori impediscono ancora alle donne di andarsene senza mahram, il guardiano di famiglia maschio (presenza caratteristica dell’Arabia Saudita), vietando loro la scuola pubblica, limitando l’educazione all’unica scuola coranica e imponendo di fatto un destino di lavoro manuali.
I vicoli non sono mai dritti ma bassi e tortuosi, nelle città ibadite, per evitare l’azione del vento sabbioso del deserto e la penetrazione di nemici a piedi o a cavallo. Le donne avvolte nei loro ahouli sono presenze furtive e silenziose: escono dalle loro case al mattino quando i mariti sono al lavoro e i bambini a scuola, e si muovono in modo impercettibile. Qui nel 2008 ci fu un’alluvione gravissima: una bomba d’acqua si abbatté con violenza inaudita su queste case ma, nonostante i gravi danni, il villaggio si salvò perché costruito sulle alture. Gli ibaditi conservano memoria di queste catastrofi naturali che ciclicamente colpiscono il territorio desertico e valorizzano questa memoria per disegnare la loro urbanistica.

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Numerose le manifestazioni (spesso represse con violenza) dei berberi contro l’arabizzazione forzata.

Oggi la purezza ibadita è sempre più minacciata dalle infiltrazioni delle altre comunità. Nel luglio 2015 il crescendo dei conflitti tra berberi e arabi ha portato a scontri mortali a Ghardaia. Ciò che maggiormente sconvolse all’epoca dei fatti fu che il conflitto venisse banalizzato come un semplice scontro etnico tra arabi e berberi. Nonostante le tensioni di tipo etnico siano comuni in tutto il Nord Africa e siano dovute agli attriti tra popolazioni di origine araba e tribù berbere (cui possono essere assimilati gli baditi), spesso diversi per cultura, strutture sociali e aspetto fisico, nel caso di Ghardaia le ragioni degli scontri vanno ricollegate a una natura diversa, principalmente connesse a fattori religiosi ed economici.
Ma la religione non è l’unico motivo, pur avendo indubbiamente aggiunto il suo peso nell’aggravare una situazione già di per sé estremamente fluida e volatile; ciò che poco viene divulgato (anche a causa del governo algerino, che preferisce tacere sul divario economico all’interno del Paese) è che le regioni desertiche del Sahara danno molto all’Algeria in risorse energetiche, mentre il governo di Algeri in cambio torna loro molto poco, o quasi nulla, inclusa la zona di Ghardaia. Per questo il governo centrale non ha mai contemplato l’ipotesi di fare dell’Algeria una repubblica federale: il Paese piomberebbe nel caos, e non solo economico.
Lo scopo attuale del governo di Bouteflika – oltre a quello di evitare il contagio dell’ISIS, i cui emissari sono tuttora molto attivi nella zona del MENA (Middle East North Africa) – è quello di creare una maggiore stabilità sociale in un’epoca in cui tutti i regimi arabi autoritari non godono della stessa continuità di potere politico come l’attuale regime algerino. Nonostante visite ministeriali nella zona per cercare di domare gli scontri, la situazione a Ghardaia rimane molto instabile, e tuttora gran parte dei principali tour operator si astiene dal visitare Ghardaia e la valle dello Mzab, che resta una delle zone più delicate in Algeria. Per anni il basso prezzo del petrolio algerino (e l’oro nero rappresenta il 90 per cento del valore economico delle esportazioni algerine) ha penalizzato queste politiche centralistiche di sviluppo.
La popolazione ibadita protesta inoltre contro le trivellazioni esplorative che, per estrarre gas di scisto dal Sahara, si fanno sempre più invasive mettendo a rischio i delicatissimi equilibri idrogeologici della valle dello Mzab. E l’Algeria in questi anni ha investito in modo massiccio nell’attività di estrazione del gas di scisto per aumentare la produzione e far fronte alla crescita dei consumi interni.

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La città di Ghardaia.

N O T E

1) Coniato dagli etnoautonomisti berberi, il termine indica la Grande Barberia, cioè tutti i territori in cui è presente questa popolazione [NdR].
2) La patrilocalità (o virilocalità) è l’istituzione per cui i maschi, anche dopo il matrimonio, continuano ad abitare nelle sedi paterne [NdR].

Alessandro Pellegatta è nato nel 1961 a Milano, dove vive e lavora. Si dedica da anni alla letteratura di viaggio. Per FBE ha pubblicato nel 2009 un libro sull’Iran (Taqiyya. Alla scoperta dell’Iran), mentre per Besa editrice ha pubblicato i reportage Agim. Alla scoperta dell’Albania (2012); Oman. Profumo del tempo antico (2014); La terra di Punt. Viaggio nell’Etiopia storica (2015); Karastan. Armenia, terra delle pietre (2016); Eritrea. Fine e rinascita di un sogno africano (2017); Vietnam del Nord. Minoranze etniche e dopo sviluppo (2018). Il 28 febbraio 2019 uscirà un suo nuovo volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana in Africa intitolato Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa. Una nuova opera sulla storia del Mar Rosso e di Massaua è al momento disponibile in versione ebook su Amazon Kindle, mentre è in fase di ultimazione un nuovo libro sull’Algeria, da cui è tratto questo intervento sugli ibaditi. Partecipa da anni a eventi e convegni relativi alla cultura di viaggio, e collabora con svariati siti e riviste sui temi legati alle minoranze etniche e la difesa dei diritti dell’uomo

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