Un itinerario lungo il corridoio afghano di Wakhan, tra le antiche popolazioni wakhi

L’altipiano del Pamir, chiamato anche Bam-i Dunya, “tetto del mondo”, si sviluppa a un’altitudine compresa tra i 2800 e i 3300 metri sul livello del mare, delimitato a nord dalla catena del Tien Shan, a sud da quella dell’Hindu Kush (Pakistan) e del Karakorum, e a est da quella del Kunlun Shan (Cina). Una parte del Pamir, oggi dimenticata ma densa di storia, è il Corridoio di Wakhan, comunemente noto come “dito afghano”. Ci troviamo nell’estremità nord-orientale dell’Afghanistan, dove le carte geografiche mostrano un sottile peduncolo che si protende verso il Turkestan cinese e divide le alte terre del Tajikistan dal labirinto montano del Chitral (Pakistan). Qui passava uno dei rami più frequentati della Via della Seta, percorso nel 1271 da Marco Polo.
Nel XIX secolo avventurieri, esploratori e spie frequentavano quest’area con l’intento di accattivarsi il favore del khanato uzbeko di Kokand, cercando di superarsi gli uni con gli altri in una guerra, fatta di doppi giochi e spionaggio ad alta quota, che in inglese viene ricordata con il nome di Great Game, grande gioco: la prima “guerra fredda” tra oriente (Russia) e occidente (Gran Bretagna). Gli accordi sui confini anglo-russi siglati nel 1895 assegnarono alla Russia gran parte del Pamir e crearono il Corridoio di Wakhan, la scomoda lingua di terra afghana che divideva i due ex imperi, assegnandolo all’Afghanistan come cuscinetto tra gli espansionismi della Russia zarista e dell’India britannica e come mezzo per mantenere uno spazio neutrale tra le parti.
È stato l’obiettivo di molti esploratori e viaggiatori occidentali, ma pochi hanno mai raggiunto questa valle drammatica e imponente, ancora oggi considerata una delle più remote e meno visitate al mondo. Per chi lo voglia intraprendere, si tratta di un viaggio fuori dalla realtà, ai margini della civiltà, che riporta indietro di un secolo, in un mondo dove le persone vivono un’esistenza ferma nel tempo, quasi medievale.

La porta d’ingresso nel Wakhan afghano è il villaggio di Ishkashim (distretto della Provincia del Badakhshan) noto per il suo vivace mercato, affollato di commercianti afghani che sfoggiano turbanti e pakol, e donne avvolte nel burqa. Addentrandosi lungo la valle numerosi sono i piccoli villaggi, tra cui Khandud, capoluogo del Wakhan District e sede di un Aksakal con autorità giudiziaria sul Sad-i-Khandut. Il percorso da Ishkashim a Goz-Khan è una strada carrozzabile ghiaiosa e polverosa di alta montagna che si estende a 2700 metri sopra il livello del mare. Goz-Khan è abitato dai wakhi, che definiscono se stessi come khik e la loro lingua come khik zik. L’esonimo wakhi, dato dai loro vicini, si basa sul nome locale Wux, derivante da Waxšu, il vecchio nome dell’Oxus (Amu Darya), grande fiume formato dalla congiunzione dei fiumi Vakhsh e Pyanj. Parlano il wakhi, una lingua appartenente al ceppo iraniano e professano l’ismailismo sciita, introdotto nel Wakhan nell’XI secolo da Nasir Khusraw. Con una pista sterrata e molto accidentata, che spesso deve guadare torrenti di acqua tipicamente glaciale, si prosegue esplorando la valle e transitando per diversi piccoli villaggi, tutti abitati da famiglie contadine. Come Kret, situato in posizione sbalorditiva ai piedi dell’imponente vetta del Kohe-Safed (m 6513), localmente nota come Baba-Tangi (“picco di giada” in lingua locale). Si giunge quindi nel piccolo villaggio di Sarhad-e Broghil (m 3270), dove termina la strada carrozzabile e dove la valle si restringe e le montagne si avvicinano. Si ritorna indietro lungo l’Upper Wakhan e l’omonimo fiume per giungere a Qala-e Panja, un tempo capitale del vecchio regno di Wakhan, storicamente importante in quanto vi risiede Pir Shah Ismail, il leader spirituale degli ismailiti di Wakhan. Vicino al villaggio si trova l’ex capanno di caccia di Zahir Shah, l’ultimo re dell’Afghanistan.
Si attraversa il Lower Wakhan, formato da una serie di villaggi situati lungo il fiume Wakhan tra Qala-e Panja – dove la valle è larga soltanto 2 km nel punto di massima ampiezza – e Ishkashim. In questa terra dove tutto ha proporzioni immense, le vette innevate alte più di 5000 metri dominano maestose i villaggi.
Il Wakhan è così vario che, percorrendolo a piedi, sembra di cambiare pianeta a ogni chilometro…

I fedeli dell’Aga Khan

Straordinario è l’incontro con la popolazione dei wakhi che vivono nel corridoio da oltre 2500 anni e che mantengono le loro tradizioni contadine. Si occupano di agricoltura (grano, orzo, patate, legumi e alberi da frutta) e allevamento (soprattutto polli, pecore, capre e yak), prodotti che costituiscono la loro dieta durante i lunghi mesi invernali innevati, quando le temperature scendono a -40°C.
Gli abitanti sono molto ospitali e accolgono sempre gli ospiti con un sorriso cordiale, una tazza di tè e una ciotola di yoghurt. Le donne vestono sciarpe rosse brillanti, lunghi veli sul capo e collane di perline colorate. La religione, si diceva, è ismailita. L’attuale leader spirituale è Karim Aga Khan, che i wakhi venerano quale diretto discendente del profeta Maometto, nonché quarantanovesimo imam.
Le case tradizionali dei wakhi sono costituite da una grande stanza sorretta da cinque colonne – con quattro aree rialzate disposte attorno a una buca centrale – da una cucina e da un atrio. La luce naturale proviene da un lucernario nel tetto. Le cinque colonne simboleggiano i cinque profeti maggiori (Fatima, Alì, Mohammed, Hassan e Hussein), oltre che i cinque pilastri dell’islam (o, come sostengono alcuni, le cinque divinità di Zoroastro).

Buzkashi, l’antenato del polo

I wakhi sono tra i popoli depositari di una gloriosa tradizione equestre, il buzkashi, diffuso in molti Paesi dell’Asia centrale, introdotto da Gengis Khan all’inizio del XIII secolo e poi diventato lo sport nazionale dell’Afghanistan e del Kazakistan. Il nome significa letteralmente “acchiappa la capra”, e si pratica su un grande campo, la cui lunghezza può variare da quelle di un campo da calcio a circa 400 metri, dove si affrontano due squadre di chapandoz (cavalieri). Tradizionalmente il gioco veniva praticato alla “tutti contro tutti”, ma in seguito fu riformato con la suddivisione in due compagini contrapposte. Lo scopo della gara è impadronirsi della carcassa di una capra (boz) e di scagliarla al di là di un segno di demarcazione o in una area definita. Durante il Buzkashi i cavalieri esprimono al massimo agilità, forza, precisione e capacità di stare in sella. E fu proprio questo sport, osservato dagli inglesi durante il periodo coloniale in India e Pakistan, a ispirare l’attuale gioco del polo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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