Orissa/Odisha: le donne bonda e kondh

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Orissa. Qui la ricchezza (per pochi) e la condanna (per troppi) si chiama bauxite, il minerale da cui si estrae l’alluminio. Oltre alla bauxite, in Orissa si estraggono cromite, manganese, grafite e nickel. Lo Stato indiano dell’Orissa è diventato uno dei grandi produttori mondiali di ferro: il carbone proveniente dalle miniere di Talcher, vicino alla città centro-orientale di Dhenkanal, fornisce la base energetica per una serie di industrie su larga scala. A parte le centrali elettriche captive, la maggior parte dell’energia dell’Orissa proviene da grandi centrali idroelettriche che hanno imbrigliato il fiume Mahanadi, modificandone profondamente l’ecosistema. La grande diga di Hirakud e il progetto idroelettrico di Machkund, insieme a diverse unità più piccole, sono l’esempio di queste profonde trasformazioni. Anche qui la storia si ripete come per altre migliaia di comunità nel mondo. Le miniere hanno trasformato in inferno il quieto vivere secolare degli indigeni: nei suoi principi, con la minaccia di violazione della Madre Terra e delle montagne sacre; nella salute, perché l’inquinamento della miniera provoca malattie; nella dignità, perché la promessa del benessere è pura utopia e questi popoli indigeni rischiano di scomparire o peggio, per sopravvivere, di essere omologati negando le proprie radici.
L’Orissa è una terra che dà il senso del viaggio, e dove non si riesce più a rimanere spettatori. Qui ci sono oltre 60 tribù, e oltre a incontrarle e studiarne le usanze si toccano con mano le difficili situazioni inerenti i loro diritti umani.
Niyamgiri è la località in cui è insediato lo stabilimento per la lavorazione della bauxite ed è circondato da villaggi che raccontano la propria miseria, la paura per la tubercolosi e i tumori della pelle, il dolore per le coltivazioni distrutte e gli animali morti a causa dell’acqua inquinata. Questi luoghi raccontano la devastazione dei villaggi svuotati, le deportazioni, gli arresti e le torture che alcuni hanno subìto. Sulle colline circostanti tengono duro alcuni gruppi etnici come i kondh che vivono di agricoltura con la paura di essere annullati insieme con la loro collina sacra. Si percepisce palesemente la tensione. I (pochi) turisti occidentali che arrivano in Orissa spesso fotografano persone inermi, provate dalla miseria. Come evitare di ledere la loro dignità? Come negare il loro diritto di non essere fotografati? Sul significato di uno scatto nascono e si intrecciano mille interrogativi e mille considerazioni sul rispetto, la violazione di un attimo, il furto di un’emozione e il diritto di cronaca.

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Donne bonda (foto di Paola Fornasari).

La cultura occidentale è ancora intrisa dal razzismo e dalla falsa convinzione della propria supremazia sulle altre. I popoli indigeni sono spesso rappresentati come dei “selvaggi”. In realtà questi popoli non sono semplicemente i “fossili” viventi di una diversità antropologica in via di estinzione, ma testimoniano ancora oggi con la loro presenza la resilienza di quella diversità umana che è sempre più minacciata, così come la diversità animale e biologica. Il genocidio etnico è spesso preceduto e accompagnato dai tanti genocidi culturali, e la scomparsa dei popoli indigeni viene considerata spesso come la normale conseguenza di uno sviluppo economico non equo né sostenibile. Il tutto avviene di norma nel silenzio e nel disinteresse dei più. Ma le tribù esiliate dalle miniere dell’Orissa combattono ancora la loro disperata lotta per la sopravvivenza. E raccontano ancora, nonostante tutto, la loro storia antica a chi ha la necessaria sensibilità per ascoltarla. Il racconto è appena percepibile, scritto sulla sabbia che un’onda di piena sta per cancellare per sempre. Ecco perché è così importante il valore della testimonianza, proprio per dare voce a chi voce non ha.
Due sono le popolazioni indigene dell’Orissa che attraggono per la loro storia, i bonda e i kondh, divisi in vari sottogruppi. Le donne bonda sono solite sposarsi con ragazzi giovanissimi, spesso ancora adolescenti, per scongiurare la vedovanza e garantire la discendenza. Dal carattere iroso e custodi di poteri magici, sono condannate alla nudità perenne e al taglio dei capelli. Un’antica leggenda narra che derisero e offesero una dea dai lunghi capelli mentre era intenta a farsi il bagno vestita. Così la dea le condannò alla rasatura perpetua del capo e alla nudità. Il mercato di Onkundeli è il crocevia delle minoranze dell’Orissa. E il popolo bonda è da sempre irrequieto e bellicoso: sterminata ormai la selvaggina locale, di cui si cibavano, le loro terre sono state aggredite dalle compagnie minerarie, che hanno depauperato il loro ambiente. Oggi nelle sue coltivazioni impervie il popolo dei bonda è costretto a dedicarsi a un’agricoltura di pura sussistenza secondo la tecnica del “taglia e brucia”. Semi di ortaggi differenti vengono seminati in modo scomposto e casuale sui terreni, le rese sono bassissime, e queste coltivazioni rudimentali difficilmente garantiscono raccolti abbondanti.
Queste donne bonda, dalla testa rasata e vestite in modo succinto con un gonnellino variopinto chiamato ringa, hanno due caratteristiche inconfondibili: si ornano di una moltitudine di perline colorate e portano massicci anelli intorno al collo (probabilmente, come per le “donne giraffa” thailandesi, un tempo ciò le preservava dagli attacchi alla giugulare da parte delle tigri). I villaggi bonda sono esogami per necessità di sopravvivenza, e gli uomini considerano le donne del proprio clan come sorelle o parenti. Nel popolo bonda, che ogni anno si riduce sempre di più (ne rimangono solo 10mila individui), si miscela come in altri popoli del Sud-est asiatico un mix incredibile di sciamanesimo, animismo, feticismo, magia, superstizione e culto degli antenati.
L’altissima mortalità infantile e la consanguineità minacciano i bonda, noti anche come i “pigmei dell’Orissa”, insediati sulle colline del distretto di Malkangiri, nel sud dello Stato dell’Orissa. La loro lingua appartiene al ceppo austroasiatico, ma il loro lungo isolamento l’ha resa incomprensibile anche alle altre tribù appartenenti allo stesso ceppo linguistico. Questo popolo resta tenacemente attaccato alle proprie tradizioni. Alla morte di un parente erige un menir e a tre anni dal decesso un dolmen per ricordare il defunto. La religione prevede sacrifici rituali per ingraziarsi le divinità e gli spiriti della Terra. Le donne bonda fabbricano anche scope di saggina a cui si attribuisce il potere del volo.
Protetti per secoli dall’isolamento geografico, che ne ha preservato l’identità, i bonda fuggirono dalle popolazioni ariane dell’India e si rifugiarono in Orissa. Oggi subiscono l’impatto violento della modernità e di un sistema di sviluppo ineguale e ingiusto, che sta depredando i loro territori ancestrali. Commuove la loro resilienza, la loro incapacità di adeguarsi alle dinamiche brutali dell’economia globalizzata. Davanti a questa aggressione, le donne bonda manifestano la loro disarmante nudità. Questo popolo si aggrappa alle perline colorate e agli anelli metallici delle proprie donne per difendere il diritto alla sopravvivenza. In questo universo femminile resta tutta la magia e la preziosità dei nostri antenati umani.

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Donna kutia kondh (foto di Paola Fornasari).

Rischio di estinzione

Altro gruppo etnico importante dell’Orissa è quello dei kondh, che praticano anch’essi un’agricoltura di sussistenza. Considerano la Dea Madre sacra e divina, e un tempo per propiziare la fertilità dei suoli praticavano cruenti sacrifici umani. Le donne kondh (dei sottogruppi malliah, kutia e desia) esibiscono il caratteristico tatuaggio facciale che ha origini antichissime. Fino ai tempi presenti, i villaggi kondh subivano gli assalti delle tigri, che una credenza locale vuole animate dagli spiriti maligni della foresta. Per difendersi da questi animali il popolo kondh iniziò così a tatuare sul volto le bambine, pensando che imitare i baffi e le striature delle tigre le avrebbe preservate dalle aggressioni. Le donne desia kondh indossano inoltre molteplici anelli alle orecchie e tre al naso, fermagli e fiori nei capelli, perline e stoffe, e sono famose per la coltivazione della curcuma. Si tramandano i segreti curativi delle piante autoctone, e se le tigri umane odierne non riusciranno a sterminarle definitivamente potranno insegnarci molto sui medicamenti della loro medicina tradizionale. Anche le donne kondh, come le bonda, rievocano la magia delle loro terre ancestrali: coi loro tatuaggi taumaturgici esorcizzano le paure emulando le sembianze della tigre, che come queste minoranze è ormai a rischio di estinzione in tutto il mondo e soprattutto in India: un Paese sempre più violento, integralista e governato dall’insostenibilità delle proprie concentrazioni urbane.
Aprire gli occhi davanti alle ingiustizie perpetrate ai danni delle minoranze etniche e dei popoli indigeni non è mai una perdita di tempo. Significa superare la grande cecità dell’Homo faber occidentale e pensare a un mondo diverso. Oggi tutti noi abbiamo la grande responsabilità di dare voce a chi voce non ha. Salvando questi popoli invisibili salveremo anche quello che resta della nostra umanità e un pianeta sempre più aggredito da un’economia ingiusta e rapace.

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Ragazza di etnia desia kondh (foto di Paola Fornasari).

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