Tra Piemonte e Provenza, la verità storica

piemontesi in provenza

La routo, il tradizionale percorso di transumanza dalle pianure provenzali alle montagne piemontesi.

Leggendo il libro di Romain H. Rainero Piemontesi in Provenza (Franco Angeli, 2000), si può constatare che egli fa un’analisi puntuale dei provenzali alpini vissuti (e, ci piacerebbe dire, tuttora viventi) a cavallo del confine politico tra Italia e Francia nei secoli XIX e XX. L’autore affronta senza retorica l’osmosi umana dovuta all’emigrazione in quel periodo, con spinte che andavano al di là e al di qua dell’area provenzale transalpina e cisalpina, dove emergerà un’identità specifica con le caratteristiche etno-linguistiche di una patria sovrafrontaliera.
In generale, le indagini concentrate su questa area sono spesso carenti, pochi studiosi riescono a comprendere a fondo la storia delle valli alpine provenzali osservandole sotto la lente d’ingrandimento dell’etnia. Romain H. Rainero, al contrario, fa luce sui legami intessuti a favore di un’identità oggi spesso dimenticata o al più museificata. L’autore espone ciò che si è tentato di spiegare (vox clamantis in deserto) ai responsabili della cultura regionale del Piemonte o d’oltralpe. Provenza, provenzali, lingua provenzale, sono i termini dell’indagine e l’abusivo e abusato termine “occitano”, in calce alla legge di tutela dello Stato, grazie al cielo non compare nella trattazione dei fatti. Si sottolinea che le valli provenzali alpine d’Italia sono state private, come aree di confine, della concessione politica – lo Statuto Speciale – attribuita a Valle d’Aosta e Sudtirolo, per una serie di motivi legati a un risveglio etno-linguistico ancora in divenire cui va aggiunta la cronica incapacità contrattuale degli amministratori locali.

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Il libro entra nel vivo dell’identità scorrendo le vicende personali degli emigrati verso la Provenza. L’autore spiega: “Lasciata la valle natìa i ricordi assalgono l’emigrante, ma non sembra trattarsi di un distacco dalla patria intesa come nazione”. Egli viene colto dalla nostalgia per la “piccola patria” che il medievista Franco Cardini chiama in tedesco heimat. La Provenza allora era una meta ambita per facilità di accesso, assenza (o quasi) di procedure burocratiche, facilità di comprensione della locuzione, affini abitudini di vita e una comune religione cattolica. Statisticamente, la presenza dei provenzali alpini e piemontesi nei vari dipartimenti francesi dal 1821 al 1954 crea man mano un insediamento teso a organizzarsi e a cristallizzarsi. Una frequentazione fatta di prestatori d’opera che veicolavano capacità e saperi a cavallo dei due versanti alpini. Realtà che nulla hanno a che spartire con i cantastorie occitanisti i quali, dopo aver spulciato grossolanamente la storia, hanno individuato presunti legami nati dalla fuga degli eretici verso le valli del sud Piemonte. L’occitanismo, attingendo dall’eresia catara del duecento (crociata albigese 1209-1229) ha accreditato un sentimento di rivalsa etno-politica ai provenzali alpini che, per ovvie ragioni geo-storiche, non era mai esistito. I suoi mâitres-à-penser hanno scopiazzato la narrazione della battaglia dei serbi a Kosovo Polje, errando scientemente pur di creare un (falso) mito.
L’arbitraria operazione comparativa parte dalla Serbia del 1389 che, dopo un periodo di splendore e conquiste territoriali, stava disgregandosi. La morte di re Dusan innescò una sanguinosa guerra di successione. L’impero ottomano si faceva largo nei Balcani, e la Serbia, dilaniata dalle lotte per il potere, fu per questo motivo una facile preda. Il nobile principe serbo Lazar Hrebeljanovic raccolse le armate della regione, ma non riuscì a contenere gli ottomani. Volutamente. Perdere e morire sul campo di battaglia fu una sua personale decisione che vide i serbi sopraffatti da un esercito potente, e l’epica battaglia di Kosovo Polje si cristallizzò nella coscienza e nella memoria storica dei serbi.
La vicenda del principe Lazar ha avuto un risvolto intimamente culturale. La Serbia si sfinì eroicamente per salvare l’integrità dell’Europa cristiana dall’avanzata ottomana. Al contrario l’eresia catara fu un gravissimo pericolo mortale (respinto) nel cuore dell’Europa, sia per le terre d’Oc, sia per il cristianesimo stesso. Va detto che i catari stavano cercando un’alleanza con i musulmani al di là dei Pirenei e papa Innocenzo III, il grande pontefice del Medio Evo, impegnato a evitare lo scisma, non poteva tollerare la diffusione dell’eresia nel cuore cristiano d’Europa. Fu proprio l’eresia, a scorno di fantasiose narrazioni, che trascinò la cultura e la lingua d’Oc nella guerra etnica tra baroni nord-francesi e nobili della Languedoc, i quali per motivi d’interesse politico (e solo in alcuni casi) furono contigui all’eresia stessa.

 

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La cacciata dei catari.

 

 

 

 

 

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