Dominato da una classe politica di psicopatici, soggiogato da una nazi-sinistra antisemita e filoislamica, assediato da bande di selvaggi e stupratori d’importazione, il popolo svedese sta per essere disintegrato. Senza nemmeno il diritto legale di lamentarsi.


In un rapporto dell’anno scorso dedicato alle “Aree vulnerabili 2017”, ovvero le famigerate no-go zones, la polizia svedese contava ben 61 territori di questo genere, con 200 organizzazioni criminali e circa 5000 delinquenti. Ventitré no-go zones risultavano particolarmente critiche, con bambini anche di 10 anni coinvolti in reati connessi al traffico d’armi e droga. I responsabili erano in massima parte immigrati musulmani.
Una successiva relazione (Rapporti con la magistratura nelle aree vulnerabili) del Consiglio nazionale per la prevenzione della criminalità (BRÅ) rivela che oltre la metà degli abitanti di queste zone, circa mezzo milione di persone, si dichiari intimidita dai criminali locali affinché non si rivolga alla polizia, non circoli liberamente e non intervenga in caso di atti vandalici. I residenti temono ritorsioni contro sé stessi e i propri familiari.
Secondo il BRÅ, in queste aree “l’omertà è diventata prassi comune in certi gruppi di abitanti”. Si osserva inoltre l’esistenza di sistemi giuridici paralleli. Il 12 per cento dei residenti dichiara che vengono esercitate pressioni da parte dei parenti e delle comunità religiose affinché non si contattino le autorità, ma si utilizzino sistemi alternativi come la moschea. Addirittura, le bande criminali locali dicono ai residenti di rivolgersi a loro, e non alla polizia, per evitare la presenza delle autorità nella zona. Questi canali alternativi sembrano occuparsi di tutti i crimini legati a “reputazione” e “onore”, ma anche di altri reati come l’estorsione e il furto. I problemi familiari, compresi il divorzio e la custodia dei figli, spesso vengono gestiti dalla moschea locale.
È dal 2005 che il BRÅ, è responsabile delle statistiche sulla criminalità in Svezia, si rifiuta di diffondere i dati sull’identità etnica dei criminali. Tuttavia il quotidiano svedese “Expressen” ha di recente pubblicato un’inchiesta secondo cui in 32 casi di stupro di gruppo finiti in giudizio nel 2016 e nel 2017, 42 dei 43 stupratori erano migranti o figli di migranti; 32 erano nati all’estero e 10 in Svezia, con uno o entrambi i genitori nati all’estero. Gli uomini avevano in media 21 anni al momento del crimine, e 13 di loro avevano meno di 18 anni.
Secondo Stina Holmberg, consulente investigativa e ricercatrice del BRÅ, non vi è alcuna necessità urgente di un nuovo studio sui crimini commessi dai migranti, anche se l’ultimo è stato condotto nel 2005 dal Consiglio per la prevenzione della criminalità. Quello che serve adesso secondo la Holmberg è “l’integrazione” degli immigrati, che secondo lei porrebbe fine a crimini del genere. Sempre secondo la Holmberg, i 42 immigrati responsabili del reato di violenza sessuale di gruppo sono una percentuale trascurabile rispetto ai 163 mila stranieri che hanno fatto domanda di asilo nel 2015.
In febbraio, Peter Springare, ufficiale della polizia svedese, affermava che le violenze sessuali di gruppo sono un fenomeno culturale nuovo in Svezia, una conseguenza degli ultimi 10-15 anni di politica in materia di immigrazione.
“Ci sono anche svedesi etnici coinvolti negli stupri di gruppo, ma non nella stessa percentuale dei criminali di origine straniera”, ha dichiarato Springare. A causa di queste affermazioni, il poliziotto è stato segnalato ai superiori e sottoposto a una indagine interna. Il segretario generale della Swedish Law Society, Anne Ramberg, ha asserito che le affermazioni di Springare sono “pressoché razziste”. Se in Occidente è considerato “discutibile” indicare le reali conseguenze del fenomeno migratorio, in Svezia è ora ritenuto un vero e proprio crimine.
Comunque sia, il governo svedese non sembra minimamente preoccupato dai rischi di ulteriori quanto inevitabili violenze sessuali di gruppo e altri crimini commessi dai migranti. Tanto da proporre una nuova normativa che consentirà a 9 mila minori non accompagnati e soprattutto maschi (circa 7 mila dei quali risultano avere più di 18 anni e pertanto non sono affatto minori), che si sono visti respingere le richieste d’asilo respinte e rischiano di essere espulsi, di ottenere un permesso di soggiorno temporaneo in Svezia, a patto che frequentino la scuola superiore o siano già iscritti in uno di questi istituti. Da notare: tra costoro, sono autorizzati a rimanere nel Paese anche quelli di identità non verificata, presumibilmente perché privi di documenti.
Sia la polizia sia i tribunali svedesi per i migranti hanno duramente criticato il governo, soprattutto perché il disegno di legge è in netto contrasto con la normativa svedese che richiede l’identificazione di chi intenda rimanere nel Paese. Indebolendo tale requisito, si ridurranno le possibilità di sapere chi viva in Svezia.
Il governo ha ribattuto che la proposta mira a consentire ai 9 mila migranti di completare l’istruzione secondaria superiore o di presentare domanda di istruzione, e non di asilo. Così, d’un tratto, si scopre che 9000 stranieri di sesso maschile non sono arrivati in Svezia per chiedere asilo, bensì per ricevere un’istruzione scolastica. Chi l’avrebbe mai detto? Perché a degli uomini adulti di identità non verificabile e provenienti dall’estero dovrebbe essere concesso di frequentare le scuole superiori svedesi, non è dato sapere. Concedere un permesso di soggiorno a 9000, diciamo, “minori” dovrebbe costare allo Stato svedese quasi 200 milioni di euro soltanto nel 2019.

svezia paese incivile
Sven Fredrik Modéus, 54 anni, è un teologo e vescovo luterano di Växjö. In Scandinavia sono spesso gli esponenti delle chiese protestanti i peggiori complici dell’islam.

Il vescovo Fredrik Modeus della città di Växjö ha affermato che la Svezia dovrebbe “reintrodurre la possibilità di concedere permessi di soggiorno in circostanze speciali e particolarmente difficili” e che il Paese dovrebbe considerarsi “una superpotenza umanitaria. Permettere ai minori non accompagnati di rimanere. Non temporaneamente, ma in modo permanente”.
La moschea della stessa città del vescovo ha di recente chiesto il permesso di trasmettere pubblicamente le sue chiamate alla preghiera con altoparlanti nelle strade cittadine, per tre minuti, due volte al giorno, il venerdì. In Svezia, ci sono già due moschee che lo fanno, una a Botkyrka – dove il permesso è stato concesso nel 2013 – e l’altra a Karlskrona. Il leader musulmano locale, l’imam Abu Helal, ha spiegato che l’invito alla preghiera consentirebbe ai musulmani di integrarsi meglio nella società svedese. “Accolgo con favore la richiesta e non vedo l’ora di ascoltare le campane della chiesa e il richiamo alla preghiera nella nostra città”, ha replicato il vescovo.
Il primo ministro Stefan Löfven non ha voluto esprimere opinioni sulla questione della chiamata islamica alla preghiera. Egli ha detto che “dipende dall’ubicazione della moschea” e che la decisione spetta all’amministrazione comunale. A maggio, la polizia di Växjö ha deciso che la moschea potrà chiamare la gente alla preghiera ogni venerdì per tre minuti. La polizia ha motivato la decisione parlando di valutazioni basate sul traffico, l’ordine pubblico e la sicurezza. Altri aspetti, come il contenuto della chiamata alla preghiera, non sono stati presi in considerazione. Secondo il vescovo Modeus, la decisione della polizia è stata saggia e gioverà all’integrazione.
Il tipo di “integrazione” che la moschea di Växjö diffonderebbe agli abitanti musulmani del posto consiste nell’esortarli a non partecipare ai festeggiamenti natalizi dei kuffar (termine spregiativo per “miscredenti”) e a parlare degli ebrei come i nemici di Allah. La scuola della moschea adotta i programmi scolastici sauditi e incoraggia le donne a non vestire “all’occidentale” e a insegnare alle loro figlie a “vestirsi decentemente sin da piccole”.
Pertanto, sembra semmai che sarà la Svezia a integrarsi vieppiù nella cultura islamica. Di recente, un tribunale svedese si è pronunciato conformemente ai princìpi della sharia, la legge islamica, quando la giuria – nella quale c’erano due membri musulmani – ha rilevato che una donna che aveva subito violenti abusi da parte del marito non poteva essere ritenuta affidabile in quanto proveniente da una famiglia “inferiore” rispetto al marito, e che era “comune” per le donne mentire sugli abusi. La giuria l’ha inoltre rimproverata per aver coinvolto la polizia, anziché risolvere la questione rivolgendosi alla famiglia del marito violento. Il caso ha fatto scandalo in Svezia e i due membri della giuria sono stati in seguito destituiti.
In un altro caso, una dodicenne musulmana svedese è stata portata con la forza in Iraq e costretta a sposare un cugino di 22 anni, che secondo quanto riferito l’avrebbe violentata. Tornata da sola in Svezia, la ragazzina ha dato alla luce due gemelli. La sua famiglia l’ha costretta a tornare in Iraq per vivere con il “marito”. I familiari dell’uomo le hanno poi portato via con la forza i figli, dopo avere alla fine accettato che la ragazza divorziasse. I bambini si trovano ancora in Iraq. Il tribunale svedese ha concesso a quest’uomo, cittadino iracheno, la custodia dei due gemelli di 10 anni!