Le fasi storiche della “diaspora” basca – prima puntata

Filed in baschi, storia, storia delle etnie by del 14/12/2016

Studiando la storia dei baschi, uno degli elementi che emerge e colpisce maggiormente è l’incredibile legame che questo popolo dalle misteriose origini ha stabilito con il proprio territorio, Euskal Herria, luogo di espressione di quei valori, riti e usanze tipici, estremamente peculiari, che rendono l’area una regione culturale unica, un’isola nel panorama mondiale.
Questa simbiosi tra popolazione e territorio può essere spiegata con le numerose vicissitudini che i baschi hanno dovuto fronteggiare, ma che con il tempo hanno superato, riuscendo a non essere mai spodestati dal territorio e a tramandare i propri caratteri distintivi. Ciò ha permesso di rafforzare il sentimento di appartenenza al gruppo e alla terra, facendo di Euskal Herria un vero e proprio fortino dell’identità basca.
Tuttavia non molti sanno che, nonostante il fortissimo legame che àncora gli abitanti alla regione d’origine, vi è anche un numero considerevole di cittadini baschi o di loro discendenti che vivono all’estero, in zone lontanissime da Euskal Herria. I baschi infatti sono stati protagonisti – in varie fasi della storia moderna e contemporanea – di una diaspora, o forse sarebbe più corretto dire di un intenso processo migratorio verso l’estero. In numero consistente hanno lasciato la propria patria per emigrare in altre aree del mondo: mete principali, l’America latina, l’America settentrionale, il Sudafrica e l’Australia.
Le cause di questi movimenti migratori possono essere ricondotte prevalentemente a motivazioni di carattere socio-economico e politico. La cosa importante da sottolineare è che molti migranti provavano e hanno continuato a provare un forte sentimento di affetto nei confronti della propria terra d’origine, e hanno quindi mantenuto uno stretto legame con la comunità e con la regione di Euskal Herria. Nelle nuove terre d’emigrazione hanno continuato a sentirsi baschi e a voler essere così definiti: ciò si è tradotto in un comune senso di appartenenza e unione che ha avvicinato i diversi immigrati, i quali, in alcuni Stati, sono spesso riusciti a creare comunità compatte e ben organizzate, in cui dominava la cultura e l’identità basca, diventata una presenza fisica anche in alcuni territori d’oltremare. In alcune circostanze, infatti, la diaspora basca è stata addirittura metaforicamente definita la octava provincia, facendo riferimento ai già esistenti sette herrialdeak,  luoghi concreti corrispondenti alle sette regioni storiche dove si è sempre parlato euskera.

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Emigranti baschi.

 

Sulle orme dell’impero spagnolo

Si possono distinguere due momenti principali della cosiddetta diaspora basca: il primo riconducibile all’inizio dell’età moderna, coincidente con il popolamento dei territori del Nuovo Mondo dopo la scoperta dell’America; il secondo con migrazioni avvenute successivamente, in particolare tra il XIX e il XX secolo.
I primi grandi movimenti che coinvolsero la popolazione basca avvennero dopo l’inizio della Reconquista, all’interno di un processo più generale di ripopolamento in quelle aree della penisola iberica che venivano man mano sottratte al dominio islamico e riconquistate dai regni cristiani. I baschi furono protagonisti di una migrazione interna nell’area iberica che coinvolse un discreto numero di persone, stabilitesi principalmente nei territori del Regno di Castiglia, ma anche nell’Aragona orientale e nella Ribera Navarra.
Successivamente ebbe inizio la reale emigrazione verso l’estero: molti abitanti di Euskal Herria abbandonarono la propria terra natia per il desiderio di lanciarsi all’avventura e alla scoperta di nuove terre. La grande abilità ed esperienza in mare dei marinai baschi della costa e la presenza di molte navi dall’indubbia qualità contribuì al loro diretto coinvolgimento in diverse spedizioni oltreoceano, in alcune delle quali giocarono un ruolo importante.
Così, dopo la scoperta dell’America, nutriti contingenti baschi si trasferirono nel Nuovo Mondo in un percorso migratorio che si prolungò per tutto il XVI secolo in quello che possiamo definire il primo processo di colonizzazione delle nuove terre americane. I migranti erano per lo più uomini alla ricerca di fortuna nei territori di recente scoperta, che vi si stanziavano in maniera permanente; non mancavano però coloro i quali sfruttavano il momento favorevole ai grandi viaggi intercontinentali per svolgere l’attività di commercianti in alcune basi portuali e piazzeforti spagnole ed europee lungo le rotte oceaniche, senza la volontà di un trasferimento definitivo. I baschi emigrarono così in molti territori conquistati e occupati dall’impero spagnolo, distribuendosi soprattutto nell’America Latina, in particolare nell’area del Rio de La Plata, in Uruguay e in Argentina.

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Le grandi migrazioni ottocentesche

Il secondo momento importante della diaspora basca si colloca invece diversi secoli più tardi: infatti l’emigrazione riprese in forma considerevole nel XIX secolo con un lungo processo, protrattosi anche per tutto il XX secolo, all’interno del quale si possono identificare fasi differenti  legate a particolari contingenze storiche.
In generale, nell’800 l’Europa stava vivendo una pesante crisi economica i cui effetti si facevano profondamente sentire anche nella penisola iberica e nel Paese Basco, limitando notevolmente le opportunità della zona. Le Americhe invece erano ancora terre scarsamente popolate e rappresentavano un luogo altro in cui poter ricercare nuove opportunità economiche e politiche, una speranza di poter ricominciare e cambiare completamente vita, con l’augurio di migliorare la propria condizione sociale. Inoltre, veniva manifestata una concreta necessità di popolare maggiormente questi immensi e sconfinati territori e vi era una precisa domanda di religiosi, militari e commercianti.
Queste ragioni attivarono una nuova ondata migratoria verso l’America che coinvolse anche i baschi, i quali sbarcarono principalmente nell’ovest statunitense, nel nord del Messico e, seguendo le orme dei loro antenati di qualche secolo prima, in Argentina e in Uruguay. Si trattava di migrazioni più organizzate rispetto a quelle del XVI secolo, che videro partire oltre a singoli individui in cerca di fortuna anche intere famiglie; l’obiettivo era il popolamento delle vaste terre americane e l’installazione in colonie agricole.

I primi problemi creati da Madrid

Oltre alle cause generali, per quanto concerne il caso dei baschi, ne esistono altre di carattere regionale, riferibili in particolare al contesto di Euskal Herria. Una di queste era il diritto del Maggiorascato, in base al quale solamente uno tra i figli (quasi sempre il primogenito) ereditava il caserio, l’azienda agricola e l’insieme di tutte le pertinenze a essa collegata (la cascina più le terre, gli animali e i prodotti). La società contadina basca era infatti incentrata sul caserio, unità produttiva rurale autosufficiente, la cui gestione coinvolgeva l’intero nucleo familiare. I figli cadetti, secondo questo sistema, potevano rimanervi a lavorare sotto le direttive del fratello primogenito, ma non avevano diritto di possedere una casa propria o di godere di una parte dei guadagni derivanti dall’attività familiare. La situazione, lontana dall’essere idilliaca, provocava spesso numerose frizioni all’interno del nucleo familiare e spingeva i figli cadetti a optare per la via dell’emigrazione in America, in alternativa a una difficile carriera nell’amministrazione locale o al servizio religioso.
Un’altra motivazione ascrivibile principalmente alla realtà di Iparralde – il Paese Basco del nord – fu la coscrizione obbligatoria nell’esercito francese per i baschi abitanti nelle province di Lapurd, Bassa Navarra e Sola: furono parecchi i disertori che emigrarono nel Nuovo Mondo. Si è calcolato che nel 1850 il 50% dei disertori dall’esercito francese erano baschi, e che tra il 1832 e il 1907 circa 100.000 persone lasciarono i territori di Iparralde alla volta delle Americhe.
Inoltre nel suo complesso Euskal Herria non era un’area ricchissima, in quanto realtà incentrata esclusivamente su un mondo agreste e pastorale, e le condizioni di vita di un parte dei contadini, per esempio quelli che non possedevano un’azienda agricola di grandi dimensioni, non erano delle migliori. Numerosi contadini vivevano nella miseria e nella povertà, e pertanto decisero di abbandonare i campi per cercare fortuna oltreoceano. La situazione di povertà diffusa venne alimentata da diversi anni di cattivo raccolto.diaspora basca - profile_man_with_hat
A incrementare ulteriormente i flussi, contribuirono la liberalizzazione dell’emigrazione nel 1853 e l’abolizione del sistema dei fueros 1) al termine delle guerre carliste (1876). La perdita dei privilegi garantiti dai fueros segnò un duro colpo per i cittadini baschi, i quali per la prima volta dopo secoli videro venir meno quella particolare autonomia nei confronti del governo centrale che aveva caratterizzato buona parte della storia della regione. Venne rotto il tradizionale equilibrio gerarchico-sociale su cui era fondata la realtà basca e le condizioni di vita di diverse persone peggiorarono notevolmente.
La società basca era di stampo contadino, e la nuova situazione contribuì a importanti mutamenti. Iniziò l’esportazione del ferro, fino ad allora proibita dal regime forale, 2) e la liberalizzazione fiscale ed economica aprì nuove interessanti prospettive commerciali con l’ingresso di capitali stranieri, che però permettevano l’arricchimento solo di una piccolissima parte della popolazione basca. Questi cambiamenti contribuirono a una rapida industrializzazione che stravolse completamente l’orientamento della società e della popolazione, ancora profondamente legata al secolare contesto agreste e rurale, rappresentando la perdita di uno stile di vita che aveva incarnato a lungo l’essenza dell’identità basca.
Lo sviluppo industriale comportò un inevitabile declino del settore primario, fino ad allora fulcro economico dell’area, una trasformazione del paesaggio da agricolo a maggiormente urbanizzato, nonché una grande ondata migratoria interna di spagnoli provenienti dalle regioni del sud. Inoltre l’abolizione dei fueros comportò l’introduzione della dogana nei porti della costa (in precedenza posizionata lungo il fiume Ebro, sicché i prodotti venivano importati senza tassazioni, facendo delle province basche una zona franca). Un’altra conseguenza dell’abolizione del regime forale fu la coscrizione obbligatoria dei baschi nell’esercito spagnolo.
Questi fattori rappresentarono un vero e proprio shock per tutta la società basca e furono determinanti per l’emigrazione nella seconda parte dell’800. Un gran numero di agricoltori delle aree rurali preferirono trasferirsi nell’America latina, dove continuarono a lavorare nei campi come contadini, piuttosto che rimanere nel Paese Basco adattandosi alla nuova realtà industrializzata e iniziando a prendere servizio nelle fabbriche insieme alle schiere di immigrati giunti da altre regioni spagnole.
Ulteriori fenomeni di impulso alla migrazione furono: il sovrappopolamento dovuto al notevole incremento demografico causato dall’ondata di spagnoli in cerca di lavoro nel nuovo scenario industriale basco; la posizione geografica stessa di Euskal Herria, a cavallo tra Francia e Spagna, che ha contribuito al suo coinvolgimento come terreno di scontro – in quanto passaggio obbligato – in conflitti come le campagne militari napoleoniche e la guerra franco-prussiana, oltre alle “guerre intestine” carliste, situazioni che non hanno di certo giovato all’equilibrio e alla tranquillità dell’area, fornendo agli abitanti buoni pretesti per partire.

Il richiamo delle Americhe

L’immigrazione venne favorita anche dalle istituzioni dei nuovi territori, che la incoraggiavano costantemente con l’obiettivo di popolare anche l’interno dei loro Paesi, visto che la stragrande maggioranza della popolazione era concentrata nelle capitali e sulle coste. Un esempio eclatante è quello del console dell’Uruguay a Vitoria-Gasteiz, che nel 1873 fece riempire i giornali cittadini di annunci per esortare i baschi a emigrare nella sua terra d’origine, descritta come un vero paradiso. Inoltre egli inviò una relazione al ministro degli Esteri uruguagio raccomandando che l’immigrazione basca fosse preferita a qualsiasi altra poiché i baschi erano uomini fisicamente forti e grandi lavoratori, erano cattolici e conoscevano e parlavano lo spagnolo. In questo contesto di movimenti migratori nacquero los ganchos y las agencias de emigraciòn che lucrarono sulla situazione a scapito degli emigranti i quali, per intraprendere il viaggio e poterselo pagare, ipotecavano tutti i loro beni in cambio del permesso di lavoro nel Paese di destinazione in modo da saldare così il loro debito.
Molti di loro sbarcarono a Buenos Aires per rimanere in Argentina lavorando come pastori nella Pampa, o per spostarsi successivamente in Uruguay o negli Stati Uniti, in particolare in California e nel resto dell’ovest. La California divenne meta d’emigrazione basca soprattutto intorno alla metà del XIX secolo con la corsa all’oro: oltre a quelli che provenivano dall’America latina, c’erano folti gruppi arrivati direttamente dall’Europa. Si stabilirono prevalentemente nella California meridionale vicino alle Montagne Rocciose. Alla fine del XIX secolo, i baschi si erano distribuiti nelle grandi pianure del West statunitense. Se prima si era parlato di conquista coloniale adesso si trattava di una “diaspora” coloniale: ovvero i baschi, insieme agli spagnoli, si recavano megli stessi luoghi che erano appartenuti all’impero coloniale spagnolo. Infatti, oltre alle destinazioni americane, in questi anni numerosi baschi emigrarono anche nelle Filippine.

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Contadini di origine basca in Wyoming.

I movimenti indipendentisti nei territori dell’America latina e il disastro della guerra ispano-americana del 1898 segnarono l’inizio di una nuova fase dell’emigrazione basca, assimilabile alla più generale ondata migratoria europea che portò milioni di persone ad abbandonare le proprie nazioni d’origine per cercare fortuna nelle colonie del Nuovo Mondo, sfuggendo all’oppressione politica ed economica del vecchio continente. Dall’altra parte dell’Oceano si sarebbero potuti concretizzare sogni e speranze e si sarebbero dovuti trovare asilo, successo economico, rispetto dei diritti civili e libertà politiche. Se alcuni videro realizzate le loro aspettative, altri andarono incontro a numerose difficoltà anche nei nuovi territori. Di certo la diaspora raggiunse livelli numerici incredibili, in quanto il meccanismo migratorio, ormai attivo da diversi secoli, era ben sviluppato e i baschi migrarono in grandissima quantità, aiutati soprattutto dalle reti familiari ed etniche di persone che erano già emigrate e, in alcuni casi, avevano creato comunità nazionali compatte nei nuovi Paesi di approdo, oppure si erano integrate nelle nuove realtà sociali.
I baschi emigrati svolgevano principalmente le professioni di contadini, pastori, allevatori (nel caso migliore arrivavano a comprare un ranch o un’azienda agricola propria) oppure erano impegnati nel settore della pesca marittima, del commercio, dell’artigianato e in maniera minore rispetto al XVI secolo nell’esercito e nel clero.

Franchismo e centralismo

Un’altra fase della diaspora basca iniziò negli anni trenta, allorché in Spagna scoppiò la guerra civile del 1936-1939: diversi cittadini baschi ripresero a emigrare in modo costante oltreoceano per sfuggire al terribile scenario bellico che stava devastando la regione e tutto lo Stato spagnolo. I baschi si erano schierati a fianco del governo centrale repubblicano e combattevano in difesa dei valori democratici contro le truppe insurrezioniste guidate dal generale Franco, che ottennero importanti successi nei Paesi Baschi e riuscirono a vincere lo scontro.
Al termine della guerra venne instaurata la dittatura e iniziò un periodo di repressione centralista che portò buona parte dei baschi ad abbandonare la loro patria pur di sfuggire alle pesanti violenze, torture e vessazioni indiscriminate che erano costretti a sopportare. I membri più radicali del Partido Nacionalista Vasco furono costretti all’esilio, e le migrazioni, anche dai territori di Iparralde, continuarono per tutto il corso della dittatura franchista, con i baschi considerati rifugiati politici. Le comunità preesistenti nei Paesi d’oltreoceano aiutarono i nuovi arrivati offrendo loro assistenza sanitaria, alloggio e quando possibile lavoro. Una parte della popolazione si rifugiò invece in Stati europei quali Unione Sovietica, Belgio e Regno Unito: inizialmente l’obiettivo era un allontanamento temporaneo in attesa che la situazione in Euskal Herria migliorasse, ma molti non fecero più ritorno in patria.
A differenza di questa fase migratoria, caratterizzata da ragioni di natura esclusivamente politica, dopo la seconda guerra mondiale ne iniziò una successiva dovuta a motivazioni soprattutto economiche. Stavolta la destinazione era l’Australia, nazione che stava vivendo un progressivo sviluppo economico e necessitava di abbondante manodopera. Il governo australiano adottò dunque una vera e propria politica in favore dell’immigrazione, anche con l’intento di incrementare la propria popolazione in un territorio vastissimo ma poco abitato. Dei 5000 spagnoli che emigrarono in Australia in quegli anni, la metà erano baschi.
Dopo la morte di Franco nel 1975, la dittatura finì e con la democrazia i flussi migratori diminuirono di intensità, senza però mai cessare definitivamente. Considerando solo il caso della Comunidad Autonoma Vasca, si è calcolato che circa 383.700 persone siano emigrate fino al 2005, tuttavia il computo totale degli abitanti della Comunità Autonoma non ha subìto pesanti oscillazioni in quanto bilanciato da un’immigrazione abbastanza consistente, in particolare negli ultimi decenni.

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Anche ETA ha le sue colpe

In ordine cronologico, l’ultima fase della diaspora basca è cominciata negli anni sessanta. Anche in questo caso esistono motivazioni socio-politiche: il prolungato conflitto tra ETA e Stato spagnolo (e in misura minore francese) ha contribuito sicuramente a creare un clima di tensione e preoccupazione, inducendo numerosi cittadini di Euskal Herria a scegliere la via dell’emigrazione. Dopo la morte di Franco e la concessione dello Statuto Autonomistico di Guernica 3) lo scontro non si è attenuato, ed ETA si è reso protagonista di diversi attentati terroristici in cui sono rimasti uccisi anche civili innocenti. Molti baschi hanno quindi preferito lasciarsi alle spalle questo difficile contesto: si pensa che circa 200.000 persone siano emigrate da Hegoalde per paura di ETA, tra cui molti giovani.

 

C O N T I N U A

 

N O T E

1) I fueros erano, nella Spagna medievale, le immunità concesse dal sovrano a entità locali. Grazie a questo sistema, i tre territori baschi annessi alla corona di Castiglia nel XIII secolo mantennero i loro istituti tradizionali e furono esonerati da imposte e servizio militare. [NdR]
2) Forale, cioè dei fueros: deriva dal latino forum, nel senso soprattutto di luogo dove si discute e si prendono decisioni. [NdR]
3) Approvato con referendum popolare nel 1979 ed entrato in vigore nel 1980, lo statuto sanciva l’autonomia delle province basche e le dotava di un parlamento e di una polizia propri. [NdR]

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