Luigi Credaro fu contrario all’italianizzazione del Sudtirolo

“lo non muoverei un dito per italianizzare un Tedesco”.
Con queste parole, permeate di tolleranza, rispetto e comprensione,
si esprimeva Luigi Credaro, commissario civile a Bolzano dal 1919 al
1922, che cercò di fare del Sudtirolo, traumatizzato perché appena
strappato all’Austria con il vergognoso confine del Brennero, un
pacifico laboratorio di convivenza.

Ma la politica italiana voleva diversamente: alla raccolta di saggi
di studiosi tirolesi sulla situazione di quelle terre, curata
personalmente da Credaro e pubblicata da Vallardi, rispondeva prima un
aspro libello del famigerato Tolomei, che con la parola fanatica e
l’attività frenetica già da tempo era diventato la punta di lancia della
più selvaggia
italianizzazione, poi un volume (edito dallo
stesso Vallardi) che ristabiliva drasticamente le posizioni italianiste e
nazionaliste ufficiali, “arricchito” da una violentissima prefazione di
Cesarini Sforza, a controprova della politica del bieco raggiro, della
sopraffazione plateale, dell’intolleranza più irrazionale e bestiale
ormai scelta ed imboccata
dal nascente regime.

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Luigi Credaro.

In un opuscolo stampato dalla Sottosezione P del XXIX Corpo d’Armata dal titolo Notizie
pei Comandi delle truppe operanti nel Trentino e nell’Alto Adige,
relative allo stato d’animo e ai sentimenti delle popolazioni indigene
,
destinato quindi alle prime autorità italiane attive sul territorio
conquistato, Ettore Tolomei, in tre succinti capitoli, riuscì a
condensare tutte le sue teorie sull’italianità di tedeschi e ladini.
Riguardo ai sentimenti delle popolazioni indigene italiane, cosi viene
riferito nel titoletto, queste genti parlano italiano; è quel che
importa. Si usi prudenza per non inimicarsi il Clero: o meglio, vigilare
o sostituire, secondo il bisogno, i restii; premiare con la fiducia i
buoni. Unico neo resta il fatto che i liberatori italiani non vengano
accolti dalle popolazioni acclamanti.
La popolazione indigena d’idioma ladino, invece, non parla italiano:
bisogna però saper discernere, sotto l’apparenza dei costumi
semigermanizzati, delle scritte tedesche, delle istituzioni comunali
“imbastardite”, l’italianità antica resistente e perenne. Bisogna
conoscere e apprezzare questo poco; e ora che le nostre armi hanno
abbattuto le barriere, spalancate le valli, la giustizia e l’amore
ricondurranno i figli delle Dolomiti nel seno della grande famiglia
italiana.
Nell’ottobre del 1918 un appello di tutte le comunità ladine,
preoccupate di un’eventuale “liberazione”, si concludeva con questa
frase (con buona pace dell’italianità resistente e perenne): “Wir sind keine Italiener. Tiroler wir sind und Tiroler wollen wir bleiben!” (Noi non siamo per nulla italiani. Noi siamo tirolesi e tirolesi vogliamo restare).
Rimane la popolazione indigena “tedesca”: gli abitatori dcll’Alto Adige,
anche quelli che parlano un dialetto tedesco, sono, perché nati in
Italia, italiani. Per una sorta di italianità “naturale”. Quelli che non
partiranno per irreducibilità di spirito a noi ostile e si
presenteranno mansueti e obbedienti, dovranno essere trattati
umanamente. Le nostre autorità sapranno procedere con fermezza e tatto
verso un meta chiaramente segnata.
Questi metodi cercò il Tolomei di imporre sfruttando la sua nomina a
commissario alla Lingua e alla Cultura per l’Alto Adige; fin dal suo
arrivo a Trento – il 14 novembre 1918 – egli riuscì a inimicarsi tutte
le autorità, sia civili sia militari, destinate a sovraintendere alla
sua fanatica azione.
A Bolzano giunse il giorno 15, mentre tutte le autorità tedesche con
alla testa Julius Perathoner solennemente sottoscrivevano la unione del
Tirolo del Sud alla Repubblica Austro-Tedesca, conformemente a quanto
disposto dal Consiglio Nazionale Tirolese.

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Frontespizio della prima edizione della raccolta curata da Karl von Grabmayr.

A simboleggiare i diritti del più forte, il Roveretano impose il
proprio insediamento nel Museo Civico, cuore della cultura tedesca della
città.
Venti giorni di attività bastarono a provocare un ordine del Comando
Supremo di immediato scioglimento del Commissariato alla Lingua e alla
Cultura per l’Alto Adige, mutato poi in un sensibile ridimensionamento a
malincuore accettato dal Tolomei, che non rinunciò tuttavia alla sua
azione, volta principalmente a ottenere una immediata italianizzazione
della toponomastica tedesca.
Il segretario generale per gli Affari Civili del Comando Supremo
dell’Esercito emanò una direttiva che in pratica congelò tutta
l’attività del Commissariato retto dal Tolomei.
Il 20 luglio 1919, cessata da due settimane l’amministrazione militare,
assumeva la carica di commissario civile per la Venezia Tridentina il
valtellinese Luigi Credaro, profondo conoscitore ed estimatore di tutto
il mondo tedesco, uomo tollerante che sosteneva: “Io non muoverei un
dito per italianizzare un tedesco”.
Contro di lui e soprattutto contro la sua opera, che fece del Sudtirolo
un moderno e pacifico laboratorio di convivenza. si scagliò con tutta
quanta la sua violenza il Tolomei, non più commissario ma non per questo
domo. L’ira del Roveretano, a stento sopita per quasi un anno, esplose
sul finire del 1920, quando coi tipi dell’editore Vallardi venne
tradotta in italiano una raccolta di saggi sul Sudtirolo, collezionata
dal noto uomo politico bolzanino Karl von Grabmayr, stampata dalla casa
editrice berlinese Ullstein nella primavera del 1919.
Si trattava di una raccolta di saggi storico-politici scritta da
eminenti personalità tirolesi, quando ancora il trattato di St. Germain
en Laye era lontano dall’essere siglato e lo smembramento del Tirolo
sarebbe stato, almeno nelle speranze dei tirolesi, ancora evitabile.
Saggi appassionati, anche aspri, ma indubitabilmente scritti da chi
voleva evitare che le ragioni della forza vanificassero un millennio di
tradizioni, cultura ed unità statuale.
Il libro ebbe una vasta diffusione in tutti i Paesi di lingua tedesca,
ma non provocò particolare reazione fra gli occupanti italiani. Più di
un anno dopo, nell’ottobre 1920, questi stessi temi furono al centro di
una polemica che raggiunse, da parte italiana, una asperità mai toccata
in precedenza.
In primo luogo i curatori dell’edizione italiana del libro di cui si tratta (Sud Tyrol. Land und Leute, von Brenner bis zur Salurner Klause) erano proprio Luigi Credaro, estensore della prefazione, e il suo segretario E. Lambertenghi, traduttore dell’opera.

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Un
interessante documento del grottesco nazionalismo tricolore: Guglielmo
Oberdank diventerà, per farlo sembrare italiano, Guglielmo Oberdan.

Che il commissario civile e il suo segretario avessero curato – e un
editore italiano pubblicato – tutto ciò era per il Tolomei
intollerabile. Il volume, poi, già dalla copertina appariva agli occhi
del paladino dell’italianità fin troppo esplicito: un cuore stilizzato,
il Tirolo, spezzato in due dall’ingiusto confine del Brennero. Inoltre,
in appendice veniva pubblicato il progetto d’autonomia presentato dal
Deutscher Verband al governo italiano nell’aprile del 1920.
Ettore Tolomei stilò prontamente un acerrimo e famoso libello (Un libro di scienza? Da Grabmayr a Credaro) e iniziò una frenetica attività culminata nella campagna elettorale dell’aprile 1921.
Per una più puntuale conoscenza di tale questione, è opportuno riportare integralmente:
1) la prefazione di Luigi Credaro;
2) la prefazione di Karl von Grabmayr all’edizione tedesca del 1919;
3) il saggio di Franz Schumacher sugli avvenimenti che immediatamente seguiranno l’occupazione militare italiana del Tirolo.

1) PREFAZIONE

Venti studiosi e patrioti tirolesi, professori di università,
scienziati, letterati, artisti, alti funzionari dello Stato, uomini
politici, mentre le grandi potenze a Parigi discutevano intorno al nuovo
ordine del mondo, pubblicarono questa raccolta di studi che riguardano
la terra e le genti che abitano tra il Brennero e Salorno.
La situazione politica del Tirolo durante la guerra delle nazioni, il
Tirolo nel periodo preistorico, la storia, l’unità psicologica e il
compito del Tirolo. la vita e il carattere del popolo, l’economia, le
poesie popolari, l’arte, la musica, la letteratura, le lingue, la
geografìa, la Ladinia e le oasi tedesche nel Trentino, sono argomenti
assai diversi, ma tutti vengono trattati sotto l’influsso di un medesimo
sentimento, alla luce di una medesima idea: “salvar il Tirolo dal
pericolo di essere spezzato, impedire che gli abitanti delle valli
meridionali fossero divelti dai fratelli di oltre Brennero per essere
uniti all’Italia”. È un libro di scienza e di passione. Lo lessi d’un
fiato. Noi dobbiamo conoscere e comprendere l’anima dei nostri nuovi
concittadini, tutta l’anima, tutti i sentimenti, tutte le opinioni.
Passione e scienza non possono andare insieme; dimostreranno che la
passione nazionale ha in questo volume nuociuto alla verità scientifica e
che molti giudizi sull’Italia e gli Italiani sono errati e ingiusti, ma
questi studi non perderanno il loro valore politico e saranno sempre un
documento di patriottismo tirolese.
Il volume fu largamente diffuso in America e in Europa e avidamente
letto nell’Alto Adige, in Austria e in Germania. È contro di noi. ma non
possiamo, non dobbiamo ignorarlo. Esso ci insegna quello che gli
intellettuali e i dirigenti del Tirolo pensano di sé, di noi e
dell’annessione dell’Alto Adige all’Italia. È quindi da lodare il dottor
E. Lambertenghi, che vi diede buona veste italiana e l’editore Antonio
Vallardi, che volonteroso ne assunse la pubblicazione. Se gli italiani
vogliono conoscere la psicologia dei nuovi concittadini tirolesi, non
devono trascurare la lettura di questo libro, che, presentato al
pubblico da S.E. il senatore Carlo di Grabmayr, nativo di Bolzano,
presidente del Consiglio di Stato di Vienna, espone l’interessante vita
passata e presente della terra che custodisce le porte d’Italia e che,
per bellezza naturale e avanzamento di civiltà, è veramente magnifica.

Luigi Credaro

 

2) PREFAZIONE
Premessa all’edizione tedesca dal dott. Carlo Grabmayr

Con animo ansioso noi tirolesi attendiamo la decisione che verrà
presa dalle potenze alla conferenza della pace, sul destino che attende
la nostra cara terra natale. Si tratta per noi di essere o non essere!
Perchè, se si cede alla brame imperialistiche degli italiani, se si
trasforma il Tirolo meridionale tedesco in un “Alto Adige”, se lo si
sottomette all’italiana signoria, allora non vi è ormai più “un Tirolo”,
allora la solatia Marca Tirolese del Sud, dalle incantevoli leggende,
alla quale il nostro cuore nelle sue intime fibre tenacemente è avvinto,
viene cancellata dalla carta. Senza forza, senza armi ormai, dobbiamo
subire la dura sorte del vinto.
Noi possiamo attendere la nostra salvezza solo dalla saggezza del
vincitore, possiamo tentare di persuadere i fondatori deI nuovo ordine
di cose che è contrario allo scopo che si sono prefissi il costringere,
in onta ai principi da loro proclamati, un popolo profondamente tedesco,
sotto un odiato giogo straniero, il mutilare e smembrare un paese, che,
da immemorabili tempi, era unico per nazionalità, civiltà ed economia.
Far penetrare questo convincimento in una cerchia sempre più ampia di
persone è lo scopo di questo libro, al quale io dedico queste brevi
parole di introduzione. Il dottore Antonio Doerrer, segretario della
Associazione degli Artisti Tirolesi, ne ha promosso la compilazione e ne
ha compiuto, nel breve giro di poche settimane, l’opera di redazione.
Egli assunse infine, in luogo e su proposta del suo maestro prof. J. C.
Wackernell, che nel memoriale dell’Università di Innsbruck aveva
trattato la letteratura nel Tirolo Tedesco del Sud, anche la
elaborazione della recente poesia tedesca del Tirolo meridionale e la
raccolta della pubblicazione nella presente lotta per l’unità della
regione. Aderisco di buon grado al desiderio di lui e della Ditta
editrice, di segnare col mio nome la compilazione di quest’opera. Dalle
esposizioni, nelle quali i migliori studiosi e scrittori tirolesi
lumeggiano sotto ogni aspetto, l’essenza del Tirolo meridionale tedesco e
ladino, risulta un quadro d’insieme, che a tutti, amici e oppositori,
farà comprendere quali sentimenti agitano l’anima tirolese di fronte
all’imminente minaccia dello smembramento del paese.
Eppure, nonostante le angustie presenti, non vogliamo perderci d’animo.
Noi vogliamo sperare che nel Supremo Consiglio, che dispone oggi
autocraticamente di popoli e paesi, la voce della giustizia ancora
riesca a farsi udire e che una redentrice parola renderà a noi tirolesi
la libertà e il diritto di autodecisione. Vogliamo sperare che il paese
che ci è sacro, dopo tanti terribili lutti e dolori, che la guerra ci
impose, possa, unito alla comune patria tedesca, guardare ancora a
giorni migliori, e sperare in un nuovo rigoglio di vita.

Dott. Carlo Grabmayr (Primavera del 1919)

 

3) LA SITUAZIONE POLITICA DEL TIROLO DOPO LA GRANDE GUERRA
Dottor Franz Schuhmacher, Primo Vice-Capitano provinciale del Tirolo

Nei primi giorni dell’ottobre del 1918, l’Austria-Ungheria offrì ai
nemici la pace, sulla base dei quattordici punti di Wilson, dei quali il
9° diceva: “Rettifica dei confini italiani secondo linee nazionali
chiaramente riconoscibili”. Nel Convegno popolare di Bressanone, del 13
ottobre, che aveva lo scopo di esprimere la nostra preoccupazione, e di
alzare forte la voce per il mantenimento dell’unità del paese, questa
veniva ancora concepita secondo i limiti antichi “da Kufstein infino
alla Chiusa di Verona”, includendo il Tirolo italiano (Trentino), che
aveva mandato rappresentanti al Convegno. Ma già era nell’animo di tutti
che la parte italiana era perduta e che ormai la minaccia incombeva
anche sulla parte tedesca. L’inquietudine, che nei discorsi del convegno
di Bressanone si insinuava involontariamente, doveva troppo presto
tramutarsi in realtà.
Due settimane dopo, nella seduta dell’Assemblea Nazionale Tirolese, nel
Palazzo della Dieta di Innsbruck, il 26 ottobre, fu inviato per l’ultima
volta un caldo ringraziamento e un entusiastico saluto alle valorose
truppe combattenti al confine meridionale. Era l’ultimo saluto ad
un’armata che già stava dissolvendosi e che. qualche giorno più tardi,
doveva ricevere l’ordine di ritirarsi dai confini.
Il 3 novembre portò la notizia della conclusione dell’armistizio con
l’Italia. Il medesimo giorno, nella serenità di un soleggiato pomeriggio
domenicale, le prime avanguardie italiane, spinte innanzi con
sorprendente celerità, calcavano il suolo di Trento. Non vi entravano in
forza delle condizioni dell’armistizio, che loro consentivano
l’occupazione del territorio, così a lungo da noi vittoriosamente
difeso, bensì come conquistatori. L’armistizio, che al mattino di quella
stessa domenica, era stato annunciato in pubblici manifesti affissi
sugli angoli delle vie come già concluso, non era, secondo
l’interpretazione italiana, ancora entrato in vigore. Così, il 3
novembre, senza un colpo di spada, senza uno sparo, il Tirolo italiano
era perduto.
Il 4 novembre e i giorni successivi furono giorni di lutto e di profonda
umiliazione per i reparti dell’esercito austro-ungarico, nel Tirolo
meridionale, rimasti ancora fedeli, tra i quali i valorosi reggimenti
tirolesi, che, fidando nel concluso armistizio, erano scesi tranquilli
dalle loro alte posizioni. In luogo di poter ritornare, come avevano
sperato, alle loro case, essi cadevano, a Trento e nelle valli
circostanti, in prigionia del nemico.
Gli italiani riconobbero la validità dell’armistizio solamente a
cominciare dalle ore 15 del giorno 4 novembre; a quest’ora essi erano
giunti nella Valle dell’Adige, fino al confine linguistico della Chiusa
di Salorno. Tutti quei reparti dell’esercito austriaco che a quell’ora
si trovavano dietro le loro spalle, furono dichiarati prigionieri.
Ma l’avanzata degli italiani proseguì. Nel comma 3°, si era convenuto
che le forze austro-ungariche si sarebbero ritirate oltre una linea, che
attraversa il Tirolo, dalle sorgenti dell’Adige al Reschen, a quelle
dell’Isarco al Brennero, e di là a Toblach, per volgere poi verso Sud.
Fino a questa linea era stata consentita al nemico l’occupazione, e
riconosciuto il diritto di controllo militare sull’amministrazione
pubblica dei territori occupati. Con ciò, era dato all’Italia il modo di
porre la sua mano sul Tirolo meridionale tedesco, su quella terra
sorrisa dal sole, dove la storia del Tirolo aveva avuto principio, dove
il suo più grande eroe popolare aveva avuto la sua culla, dove da secoli
pulsa il cuore del paese.
Reparti italiani furono spinti in tutti i villaggi, anche i più elevati,
in tutte le frazioni, anche le più piccole, in tutte le valli, anche le
più remote.
Occupato il paese, esso fu isolato rigidamente da ogni contatto con
l’esterno. Nell’interno del territorio occupato, la stampa fu
imbavagliata, il diritto di riunione sospeso, ogni libera manifestazione
di pensiero soppressa. Con arbitraria estensione del diritto di
controllo convenuto, vennero trasformate le autorità politiche locali in
Commissariati civili; ai Tribunali fu ingiunto di emettere le sentenze
“in forza dei poteri conferiti dal Comando Supremo dell’Esercito
Italiano”; tutto ciò indicava che si tendeva a qualche cosa di più che a
una passeggera occupazione. Bentosto la stampa italiana lo dichiarò
esplicitamente: il territorio occupato fino alla linea del Brennero
sarebbe stato incorporato all’Italia, in forza del Trattato segreto di
Londra dell’anno 1915, che ne dava all’Italia il diritto. Questo diritto
del vincitore era ostentato dalla forza militare nemica che si era
stabilita, come a casa propria, in mezzo alla popolazione tedesca e
ladina. Le voci isolate italiane, che ammonivano di non annettere allo
Stato nazionale italiano territorio tedesco, vennero fatte tacere. “Non
era propriamente territorio tedesco questo, ma terra italiana
intedescata a forza solo negli ultimi cinquantanni” dicevano, in aperto
contrasto con la verità, i messi romani, che avevano stabilito la loro
sede nel museo di Bolzano e di là inviavano le loro corrispondenze ai
giornali della penisola. La popolazione oppressa doveva soffrire in
silenzio il suo duro destino, doveva tollerare che la sua docile
obbedienza e la tranquillità esteriore, che era imposta da
considerazioni di prudenza, fossero fatte passare dinnanzi alla pubblica
opinione italiana come assentimento ad un giogo, che invece intimamente
era odiato. Solo, di quando in quando, un grido di dolore giungeva nel
Nord, attraverso al ben custodito confine: “Fratelli, salvateci!”.
Ma anche nel Nord del Tirolo la forza militare italiana, che, in virtù
del comma quarto delle condizioni di armistizio, aveva il diritto di
occupare punti di importanza strategica, si era solidamente stabilita.
Lo sdegno che gonfiava il cuore di ogni fedele tirolese, anche qui non
poteva liberamente manifestarsi. Soprattutto era impossibile portare un
soccorso attivo, reale ai fratelli del Sud contro la minaccia su di loro
incombente, di essere divelti dalla loro nazione, dalla patria loro.
Non si poteva che chiamare, invocare soccorso.
Né le voci mancarono.
Il Consiglio Nazionale Tirolese e l’Assemblea Nazionale, più tardi
successa al suo posto, elevarono in ogni caso la loro voce di protesta e
si dichiararono pronti ad ogni sacrificio pur di salvare l’unità del
Tirolo. Alla rappresentanza deI paese si unì la stampa, e tutto il
popolo, che la domenica del 16 marzo 1919, come vento di tempesta,
innalzò il suo grido per il diritto di autodecisione, per l’unità, per
la libertà e per la giustizia. E il grido dal Tirolo risuonò, trovò la
sua eco nell’Austria e dovunque nelle terre tedesche: unanime fu il coro
di centinaia di voci, che dichiararono essere una questione di cuore
dell’intero popolo tedesco, che questa perla della terra non andasse
perduta.
Così sta il Tirolo, il Tirolo dei Tedeschi e dei Ladini, alla soglia del
1919. Esso dovette soffrire che il nemico lo mettesse in ceppi, ma che
lo si smembri non potrà essere tollerato, se il diritto e la libertà di
un popolo, che onorevolmente ha tenuto il suo posto nella storia
mondiale, non sono vana speranza e vuota parola per gli attuali
reggitori delle sorti del mondo. Senza difesa, ma non senza fede, il
Tirolo segue ansioso il maturare dei destini, nell’attesa della
redenzione.

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Luglio
1926: “Sfilata” in occasione della posa della prima pietra del
Monumento alla Vittoria, dopo l’abbattimento del costruendo monumento ai
caduti sudtirolesi. Il disegno dell’“Illustrazione del popolo”
raffigura un corteo sudtirolese nei tipici costumi: il sogno fascista di
un’adesione della popolazione autoctona all’occupazione italiana
rimarrà affidato solo all’incerta rappresentazione di Alfredo Ortelli.

Meno noto è il seguito, diciamo così, editoriale della polemica
Tolomei-Credaro: lo shock per gli ultranazionalisti italiani fu
veramente grande, e necessitavano drastiche contromisure per recuperare
un po’ di credibilità e forza. Fu così data alla stampa, seppur con gran
difficoltà (si era ormai al luglio del 1921), quella che avrebbe dovuto
essere la risposta definitiva al volume sacrilego.
Presso lo stesso editore Vallardi, usando gli stessi caratteri di stampa
financo nella composizione grafica, uscì l’agognato volume dal titolo Nell’Alto Adige. Per la verità e per il diritto d’Italia. A cura della Società per gli Studi Trentini.
Le tesi sostenute in questa raccolta di saggi che avrebbero dovuto
tappare una volta per tutte la bocca ai tedeschi più ostinati non
aggiungono nulla di nuovo a quanto già noto; mentre due aspetti di
questo volume appaiono particolarmente significativi e meritevoli di
essere riprodotti:
1) le due paginette introduttive portanti la firma autografa
dell’editore con le quali egli si scusa per aver pubblicato il libro
curato dal Credaro e rende una pubblica confessione di fede italiana e
nazionalista;
2) le motivazioni della pubblicazione dell’opera a firma di Lamberto
Cesarini Sforza, messe come prefazione, di una violenza inaudita per una
raccolta che si proclama “scientifica”.

1) INTRODUZIONE

Con lieto animo presento al pubblico questo libro, che raccoglie una
serie di monografie dovute a persone dotte e competenti nella questione
dell’Alto Adige.
Sembrami di sciogliere così un obbligo morale verso i Trentini, i quali,
allorché io pubblicai la traduzione del tanto dibattuto libro del
Grabmayr, col titolo LA PASSIONE DEL TIROLO INNANZI ALL’ANNESSIONE,
reputarono – per quanto a torto – quasi un’offesa al loro sentimento, il
fatto che questo volume fosse apparso con i tipi della mia Casa.
Niente era più lontano da me che una simile intenzione: e la prova sta
in questo volume, che la benemerita SOCIETÀ PER GLI STUDI TRENTINI ha
compilato dietro mio invito e che io pubblico non soltanto per confutare
quello di Grabmayr, ma per sviscerare la importantissima questione
sotto i suoi diversi aspetti.
Il popolo italiano ha così gli elementi per comprendere e per valutare
interamente quale valore abbiano, dal lato storico, scientifico e
politico le contrarie asserzioni ed ha, con la presente pubblicazione,
anche un documento dì più della mirabile difesa dell’italianità e dei
diritti d’Italia, che i Trentini sempre tenacemente perseguirono, sia
negli anni del servaggio come in quelli della redenzione, con
quell’indomato e indomabile amore, che li avvince alla gran madre, ora
finalmente sicura nei suoi naturali e intangibili confini
settentrionali.
Mentre esprimo i miei sensi di gratitudine alla benemerita SOCIETÀ PER
GLI STUDI TRENTINI, spero di non aver fatto opera vana portando il mio
contributo di editore ad un problema nazionale, che tanto ardentemente e
giustamente ci appassiona.

Milano, giugno 1921

 

2) RAGIONE DI QUESTO LIBRO

Quando il nob. dott. Carlo Grabmayr, bolzanino, già presidente del
Consiglio di Stato in Vienna, membro dell’ex Camera dei Signori
austriaca, e uno de’ maggiorenti della fu provincia del Tirolo, con la
collaborazione di parecchi dottori e professionisti tirolesi – quasi
tutti d’oltre Brennero – dette fuori il suo Süd-Tirol nella
primavera del 1919, credo che qui da noi nessuno se ne sia nemmeno
accorto. Ben altre cure, ben altri affetti premevano allora gli animi di
noi Trentini dopo la recente, meravigliosa vittoria italiana!
Quel volumetto, composto di lavori diversi, doveva essere – scrive il
Grabmayr nella Prefazione –un quadro che mostrasse la “vera essenza del
Tirolo meridionale tedesco e ladino” (già, anche ladino), e i sentimenti
“che agitavano l’anima tirolese di fronte all’imminente minaccia dello
smembramento del paese”, affinché la Conferenza della pace non desse
ascolto alle ingiuste brame imperialistiche degli Italiani, desiosi di
metter le mani sul Tirolo meridionale. Infatti il libro, nel suo
complesso, vorrebbe dimostrare l’antichissima unità geografica, etnica,
politica, e culturale del Tirolo con conseguente suo diritto di rimanere
intatto, negando perciò all’Italia il diritto di aggiungere sulla
catena centrale dell’Alpi il proprio confine naturale, che non è una
questione di sentimentalismo irredentista né d’imperialismo (voci che
spesso ricorrono nel volume), ma un dovere e un bisogno, per la
redenzione degli Italiani di lassù, e per la maggior sicurezza contro
possibili violenze straniere. Il Trentino, pensano a malincuore quegli
scrittori, oramai bisogna lasciarlo andare; ma il “Deutscher Südtirol”
no e poi no.
Quasi da ogni articolo spira, più o men palese, l’astio contro l’Italia,
con delle maligne insinuazioni contro il nostro esercito, con patenti
offese alla geografia e alla storia, all’etnografia e alla linguistica,
ossia, in una parola, alla verità.
Era perciò ben naturale che la traduzione italiana d’un tal libro,
comparsa l’anno di poi, con aggiuntevi le esagerate pretensioni
d’autonomia proposte dal “Deutscher Verband”, la spavalda lega tedesca
che spadroneggia lassù, troppo tollerata dal Governo di Roma, era ben
naturale, dico, che quella traduzione, con un titolo che può parere
sentimentale, e con un’infelicissima vignetta sulla copertina suscitasse
grande scalpore; tanto più che, essendo il nuovo libro preceduto da una
prefazione del senatore Luigi Credaro, Commissario Generale Civile
della Venezia Tridentina, e mancando di qualsiasi commento, che mettesse
in chiara luce per gli ignari (che in Italia si contano a milioni) i
molti errori che il libro contiene, parve agli uni di voler addirittura
favorire le aspirazioni dei Tedeschi, agli altri un grave errore, che
potrebbe tornare assai pericoloso. E questa è pure la mia opinione.
Senza dubbio è bene che gli Italiani imparino a conoscere il modo di
pensare dei Tedeschi altoatesini e tant’altre belle cose che non sanno;
ma mi si permetta di ripetere ch’io ritengo un errore l’aver dato tutto
quello sfogo di “patriottismo tirolese” in pasto alla curiosità degli
Italiani senza un commento che li mettesse in guardia contro quel che
nel libro c’è d’esagerato, di maligno e di falso.
Appunto per riparare a tale mancanza la Società per gli studenti
trentini nella sua assemblea del 5 decertibre 1920, accogliendo con
plauso la proposta del comm. Giovanni Pedrotti, deliberò a voti unanimi
di contrapporre a quello del Grabmayr un volume in difesa della verità e
del diritto d’Italia, affidando alla Presidenza l’incarico, gradito
sebbene tutt’altro che lieve, di trovare i collaboratori e di curar
l’edizione.
Per noi la così detta “questione dell’Alto Adige” in senso politico non
esiste più; per noi essa fu risolta da un pezzo, prima con la vittoria,
poi con l’occupazione e con la formale annessione.
Ma i Tedeschi non vi s’acquetano, e con le parole c con gli scritti
seguitano a spargere il veleno, non foss’altro che per dare ad intendere
esser l’Italia rea di enorme ingiustizia: epperò è necessario, almeno
per moltissimi, il contravveleno. Che se in Italia non ci fosse sempre
stata tanta indifferenza anche per questioni di vitale importanza,
nessun bisogno ci sarebbe ora di nuove confutazioni e di nuove
dimostrazioni, esistendo già per opera di Ettore Tolomei le XIII annate
dell’Archivio per l’Alto Adige, poderoso monumento di sapienza e di
patriottismo, che deve assicurare al suo fondatore e precipuo
collaboratore l’imperitura riconoscenza della nazione. Si potrà
dissentire da lui in certi particolari: non già nel ritenere pieno e
incontrastabile il diritto d’Italia sulla regione altoatesina per
rinchiudersi secura entro i suoi “termini sacri”.
Inoltre i Tedeschi, non avendo potuto stornare lo smembramento del
Tirolo e l’unione dell’Alto Adige all’Italia. s’arrabattano, facendosi
forti degli argomenti trattati nel libro, per ottenere almeno la più
ampia autonomia, quasi volessero costituire uno Stato entro lo Stato,
con danno degli interessi generali d’Italia e degli Italiani dell’Alto
Adige, che si troverebbero ancora in balia dei Tedeschi, come se la
nostra vittoria fosse una favola. Comunque anche per questo motivo
appariva necessario rispondere.
Ed ecco qui finalmente, dopo impreveduto, inevitabile ritardo il nostro libro uscito alla luce.
Nel compitare questo volume di risposta abbiamo tenuto conto soltanto
dei lavori del libro tedesco più direttamente legati alla nostra
questione, e contenenti errori (in buona o in mala fede, chi lo sa?)
d’indole diremo così, scientifica, e che potrebbero perciò trarre in
errore anche qualche onesto e ben intenzionato lettore. In fatti qui non
accade di occuparsi, per esempio, dello scritto, che non fa né caldo né
freddo, del dott. Ludwig von Hörmann, intitolato (nella traduzione) Vita popolare tirolese;
né ci possiam degnare di ribattere il Schumacher, che vorrebbe provare
aver l’Italia commesso ingiustizia occupando la linea del Brennero, e
che parla di vessazioni commesse dai nostri nell’Alto Adige, di
popolazione tedesca oppressa, e via discorrendo: né perderemmo tempo a
rimbeccare il dottor Dengel, che ha la mutria di chiamare un
“preconcetto” la credenza che l’Austria opprimesse la lingua e il
carattere degli Italiani a lei soggetti, e di proclamare che la guerra
dell’Italia contro l’Austria passerà alla storia come il più inaudito
tradimento; né ci insudiceremo raccattando il fango che cola dal
ringhioso scritto del dott. Edoardo Nicolussi, o Reut Nikolussi come
anch’egli gli piace nomarsi.
I “Tirolesi” non disarmano; anzi per la gran debolezza del nostro
Governo, sono più baldanzosi che mai. Con lusinghe e con minacce danno
ad intendere a quegli Italiani, quasi tutti contadini, fuorché nelle
città, ch’è lor tornaconto sott’ogni aspetto tener le parti dei
Tedeschi: senza dire delle infamie che vanno spargendo, e delle
menzogne, come quella che l’Italia è uno stato in dissoluzione e che fra
poco se n ‘andrà dal paese.
Ma se il Governo fosse più conscio del suo dovere e mostrasse coi fatti a
quella gente nostra ch’esso è deciso a difenderla e a sostenerla in
tutti i modi, se facesse capire che non c’è più pericolo di
rappresaglie, tenendo in freno i mestatori e gli armeggioni che vanno
per la maggiore, senza dubbio insieme con la fiducia si rafforzerebbe la
coscienza nazionale, e si vedrebbe l’italianità rifiorire come per
incanto. E sarebbero affollate le scuole.
È dunque assolutamente necessaria una più forte azione di governo, è
assolutamente necessario non lasciar imperare nell’Alto Adige il
Deutscher Verband pangermanista, nel quale vive tutto lo spirito
anti-italiano del Tiroler Volksbund.
Le intenzioni separatiste di coloro sono ben note: non si mettano dunque
in grado di farci del male col cedere alle loro esagerate pretensioni
per un falso senso di libertà.
In Italia si parla troppo, per vanto, di gentilezza latina: ma.
anzitutto, gentilezza non ha ad essere dabbenaggine, e poi rammentiamoci
che i nostri padri latini coi nemici non canzonavano. Si tratti i nuovi
concittadini con giustizia e con bontà, ma con mano ferma; e sappiano
anch’essi che l’Italia è fortemente persuasa d’aver occupato l’Alto
Adige di suo pieno diritto, che il confine con tanto sangue acquistato è
sacro e inviolabile.

Lamberto Cesarini Sforza (Trento, fine di maggio)

Due visioni del mondo, ancora una volta, dalle pagine di questi
volumi quasi del tutto dimenticati (a torto) si stagliano ammonitrici,
indicandoci chiaramente, in questi tempi che appaiono vettori di un
inquietante ritorno al nazionalismo tolomeiano, quanto sia necessario
percorrere la strada della tolleranza e della comprensione nel rispetto
della diversità etnica.

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